Archivi del mese: novembre 2011

buonanotte

– Si, si, tutto bene.
Esco dall’ufficio tardi.
Arrivo alla banchina della metro che non c’è quasi nessuno.
Salgo e mi siedo.
Gioco tutto il tempo a una cosa stupida sul mio telefonino, una specie di tetris.
Scendo e vado all’altro treno che è già sul binario.
Gioco ancora perché ho la testa troppo piena del lavoro e mi va di pensare solo a come mettere in fila tre pallini dello stesso colore.
Arrivo a casa passando per le stradine deserte del mio paese dormitorio.
– Ciao amore – bacio – come è andata oggi?
– Bene, solito, tanto lavoro ma bene.
Lei ha già mangiato. Vado in cucina da solo.
Scaldo la zuppa verde al microonde.
Con una mano riempio il cucchiaio di verde, con l’altra gioco ancora.
Quando il piatto è vuoto, la raggiungo a guardare un programma comico, senza mai ridere.
– Ma che roba è questa?
Ridono solo loro.
Spengo.
Andiamo a dormire.
Faccio un’ultima partita.
– Amore ma giochi sempre?
– Un minuto e finisco.
Macché trenta secondi e perdo. Nemmeno al terzo livello!
Mi giro dal suo lato, l’abbraccio e …
– Buona notte amore.
Anzi no Game over

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occhilucidi

A Terry, che oggi non c’è perché tre giorni fa è morta per colpa di un ictus, anche se aveva solo trentun’anni.

Immagino abbia perso i sensi all’improvviso.
Forse si è acasciata su quel treno in corsa,
tra decine di persone accalcate.
Sicuramente qualcuno ha subito cercato di aiutarla.
Hanno chiamato i soccorsi.
Si è fatto un cerchio intotorno.
Ma lei aveva chiuso gli occhi per l’ultima volta.
Venti minuti dopo è arrivata l’autoambulanza.
Ma lei aveva chiuso gli occhi per l’ultima volta.

E’ in questi momenti che…

Due giorni dopo un collega mi ha chiesto:
– dove era il tuo dio?

Qualche anno fa persi un’amica.
Quella volta la leucemia le chiuse gli occhi lentamente,
facendo capire a tutti quello che sarebbe successo.
Anche se nessuno voleva capirlo,
anche se tutti lo negavamo.
Piccola, magra,
senza più capelli e gialla,
per via delle medicine.
Chiuse gli occhi.
I nostri diventarono lucidi.
Fu allora che mi feci quella domanda,
senza che nessuno me la facesse.
– Dove sei stato?
– Allora è vero che è tutto finto,
che non ci sei.

Poi col tempo…

Quando Gesù era in croce,
col sangue che colorava tutta la croce,
alcuni gli dissero: “se sei dio scendi di li e ti crederemo”.
Perché nessuno era mai sceso da una croce.
Lui non scese e rimase li.
Loro non credettero.
Dio non c’è quando lo cerchi.
Loro pensavano che dio non poteva morire,
meno che meno che poteva morire così.
Loro pensavano che dio era fortissimo.
Che avrebbe risolto tutti i problemi e soprattutto i loro.
Lui morì in croce.
Loro pensarono: ecco abbiamo ragione.
Dio non c’è.
…oppure stava morendo.

Immagino avesse gli occhi lucidi,
poco prima di chiuderli.

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papà


Papà mio è quasi vecchio,
lui dice che è vecchio.
Io penso che non c’è nulla al mondo che vorrei capire
all’infuori delle persone.
Gli anni, dopo un certo numero,
vanno all’incontrario.
Papà mio ne ha più di sessanta,
mi sembra,
è tornato bambino.
Lui brontola,
come uno stomaco che brontola
e gira per casa dicendo sempre le cose del giorno prima.
E’ incredibile
– papà lo so che devo chiudere il cancello
– che devo ritornare per le dodici e un quarto
– papà so tutto oramai.
– Però la sai una cosa?
– Ricordamelo ancora.

Perché le persone col tempo
diventano più buone?
Giuro che non lo so,
anche se è proprio così.

Papà di sera
se ne resta in cucina,
accende una sigaretta,
si siede, guarda e fuma.
Guarda alla televisione qualche programma
che parla di pallone
perché l’italia è una penisola di calciatori,
e fuma,
perché così le ore vanno giù meglio.

Papà di giorno porta i figli al treno,
cucina alla buona,
guarda la tele,
poi non so.
Le sue giornate escono tiepide
dalla fotocopiatrice
poi i capelli diventano bianchi,
i figli vanno a scuola e al lavoro
e – per la miseria –
non c’è mai tempo di stare dietro
al mondo che gira!
– non è così papà?

Lui gira, tu resti fermo,
con una sigaretta in bocca
a guardare gli uomini pazzi del telegiornale,
mentre il fumo si alza e il cuore sussurra
– va bene così! –
i giorni passano,
tu non mi hai mai detto niente
del tuo passato,
di quando eri bambino
e di quando non eri più bambino.
Io avrei voluto sapere.
Ma adesso che mi basta guardarti
per capire cos’hai,
penso che mi importa poco.
– va bene così –
ancora una volta
anche quando non va bene un accidente

Papà mio la vita non la scrive,
la guarda davanti a un televisore e un piatto.
A cena, nell’ora della famiglia,
beve il vino del supermercato
e litiga con le parole per l’ingiustizia
di una scuola finita presto.

Parole di vent’anni fa,
consigli sbiaditi.
– Chiudo gli occhi –
Penso che dentro ogni frase ci sia un segreto
– mai più parole non sentite –
una frase un pezzo di foto,
sempre.
Anche quando le parole dicono altro.
Non ci sono storie inventate,
non ce ne sono mai state.
Papà mio lo sa.

Un – due – tre – stella
poi nascondino,
quand’ero bambino papà lavorava,
io giocavo, lui lavorava
io studiavo, lui lavorava
lui andava in pensione, io lavoravo
– così –
le nostre vite si sono mischiate
– inevitabilmente –
un bambino cresce
e si porta dentro lo spirito
di tutta una famiglia
e di un secolo di vite.
E’ un odore che conosco bene,
è un sapore che ho sempre sulla lingua,
un ronzio nelle orecchie,
una sagoma allo specchio,
come le prime sillabe
che non si scordano più:
-ma-ma-
-ma-ma
-pa-pà-

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tutti giù per terra!

– e se l’italia andasse gambe all’aria?
– un tonfo come quello grecia? – no – se ne facesse uno molto ma molto più grande?

Milano Cadorna. La scala che scende alla metro è piena di persone. A guardarla dall’alto non vedresti nemmeno uno scalino ma solo teste, cappotti, giacche, borse. Io sono lì nel mezzo. Muovo i piedi seguendo il mio turno. Ho in mano un giornale che ho preso da poco. Appena termino la discesa, apro e leggo. L’italia è ancora in prima pagina, lei e il suo spread.
– Siamo messi così male che non riusciamo nemmeno più a nasconderlo.
Salgo sulla metro per il lavoro. Cerco un posto vicino alla parete sul fondo della carrozza, mi appoggio di schiena e continuo a leggere.
Una delle notizie parla della crisi dei trasporti. Mancaono i soldi e potrebbero essere tagliate molte corse o raddoppiati i costi dei pedaggi.
La metro corre sottoterra zeppa di gente.
Il giornale dice una cosa, la realtà ancora un’altra; ma forse manca poco all’incontro.
– Chissà.
Ho un po’ di paura e tanta curiosità. Ho paura per le persone che vivono del necessario, senza vacanze in giro per il mondo, senza l’auto per il week end e quella per il lavoro.
Ho la curiosità di vedere dove andrà questa società così attaccata alle cose.
Ricordo del terremoto in abruzzo e dell’intervista a un ragazzo che tra tutti i mali della tendopoli ci teneva a dire quanto fosse stato bello scoprire di stare tutti insieme a mangiare.
Mi fermo un attimo. In mente mi tornano i racconti di mamma: sempre i soldi contati, un solo vestito buono, la stessa bambola ricucita e regalata ogni natale, il gelato solo quando capitava, e lei che mi racconta questo mancare di tutto senza nemmeno un po’ di tristezza.
Forse non tutti credevano che c’era dio, ma la spiritualità era li, nel sapere che ti mancava qualcosa.
Adesso abbiamo riempito tutte le caselle, siamo ricchi, ma se tutto crolla per davvero non ci rimane nemmeno quello.
Chissà come andrà questa volta.
Incrocio le dita.

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il treno

ogni tanto mi capita di aver voglia di fermare tutto. Di ascoltare e basta.
Mi sembra che nella vita ci siano milioni di cose e che io ne afferri solo poche, e un po’ mi spaventa questo mondo che mette tutto sui binari senza chiedere.
Di solito – ma qui con le parole non so proprio come fare per spiegare – sono ansioso e felice di poter avere un po’ di tempo per me.
Quando capita ed ho la possibilità, me ne vado in camera, spengo la luce e resto seduto sul letto come per meditare. Ma senza meditare.
Mi immagino quel treno che carica su tutti, fischia e parte. Poi cerco di pensare a Dio, a quello che nella bibbia è venuto per essere come noi in tutto, anche nel mal di denti che è la cosa meno divina che c’è – ci provo – ma non riesco mai a pensare a lui. Quello è un percorso che si fa solo nell’altra direzione. E’ li che resto in silenzio, senza nemmeno pensare – a parte qualche parola che scappa sempre.
Ci sono volte che vorrei restare tutta la notte sveglio a pensare e a non pensare, ma non ci riesco mai ed anzi smetto in fretta.
Ci sono volte invece che dopo un po’ mi basta e ho voglia solo di starmene sul letto abbracciato a mia moglie finchè mi addormento.
Spesso lei, quando siamo abbracciati mi chiede – a che pensavi prima?
Io qualche volta le dico – a niente – oppure – a Dio.
A volte penso che stare li abbracciati è il riassunto di tutto quello che cerco.

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quasi sabato

-va bene ma che c’hai?
-niente ti dico.
Piove appena fuori. C’è un’aria grigia tutta uguale. Forse è nebbia. No, è proprio il colore dell’aria.
Prendo le mie cose, saluto e via. Imbocco la porta, entro nell’ascensore.
Fuori.
Cammino senza fretta, con l’ombrello chiuso perché le goccie non riescono nemmeno a bagnarmi.
Assago milanofiori è un quartiere del futuro, ma disegnato solo a matita. Gli manca di essere finito ma è già finito.
Per molti è una merda di posto. C’è, accanto all’edificio di rame dove lavoro io, un complesso di appartamenti tutti vetro e legno.
Non li compra nessuno per quanto siano graziosi, perché è proprio il posto che…
Arrivo alla metro, timbro e attendo.
Salgo. La metro è un treno per spostamenti rapidi. Spesso uno sta in piedi anche se ci sono seggiolini liberi.
Mi piace il rumore del treno, ed è strano che quello della metro invece mi sia indifferente.
-Non è che sono arrabbiato o che ce l’ho con qualcuno – penso tra me. E’ che a volte me ne sto per conto mio, perché non c’ho voglia delle solite parole.
-Questo week end che fai? esci?
Pioverà sabato e domenica. Io vorrei uscire, farmi una bella camminata all’aria aperta con mia moglie. E l’idea mi piace un sacco.
Ma voglio tenerla per me. Condividerla sarebbe dire altro, parlare senza intimità per tirar l’ora. Non mi va.
Ho voglia di tutto questo tempo senza lavoro che mi sto per prendere, e sono già un po’ felice.
La metro arriva a Cadorna. Scendo e mi incammino verso il secondo treno insieme a un fiume di gente.
Guardo il binario del treno che prenderò sul tabellone luminoso. E’ sempre il 5. Vado lì, salgo e questa volta mi siedo.
Tolgo la giacca e me la piego sulle gambe, metto l’ombrello sotto il sedile. – Speriamo di non scordarmelo.
-Questa sera, domani e dopo, tutti miei!
La vita ha un sacco di cose da scoprire.
Spero che mi vada bene.

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il fruttivendolo

E’ un po’ che sogno di fare il fruttivendolo. Qualche volta l’ho anche detto quando mi hanno chiesto: “ma tu che lavoro vorresti fare?” – “il fruttivendolo”
L’ho detto e sono sicuro che tutti pensavano che stavo scherzando. Ma io non scherzavo.
Lavoro davanti a due monitor, faccio il programmatore. Sto tutto il giorno a scrivere “if then else” a vedere se i numeri tornano, se i grafici che hanno le barre che hanno gli stessi nomi hanno anche gli stessi colori, a contare i click che le persone fanno sui siti e tutte cose di questo tipo.
Ogni tanto mi alzo e vado alle macchinette merendine-acqua-caffè con i colleghi, parliamo dei figli che vanno all’asilo, della macchina che parcheggia da sola, di tasse, di come si chiama quella montagna laggiù, diciamo “oggi questo caffè fa proprio schifo” e a volte lo buttiamo.
Quando parlo con le persone al telefono ci diciamo cose del tipo “hai controllato alla riga venti? a me dice 15.134, ma sono euro?” – “aspetta che apro excel e controllo”
A volte le cose non tornano e sto lì io e il computer che quasi litighiamo.
Io penso che quasi tutti i lavori moderni siano così. Oramai non tocchiamo più cose vere, maneggiamo concetti astratti, usiamo termini inglesi per indicare cose che non ci renderanno mai più felici o più tristi, ma che servono per un sistema in cui tutto è astratto, virtuale.
Il più delle volte il nostro lavoro è un pezzettino, di un pezzettino, di un ingranaggio, di una macchina che produce numeri.
Meglio di una volta che si lavorava rompendosi la schiena? Forse si, ma c’è solo questa scelta: rompersi la testa o la schiena?
Questo progresso è strano. Per questo sono poche le cose che salvo, come il fruttivendolo…
Lui parla con le persone di cose vere, tocca cose vere, i suoi problemi sono la frutta marcia o quella senza gusto, che sono problemi veri.
Non ti viene mal di occhi a guardar frutta tutto il giorno. Non inquini un bel niente se butti una cassetta di pere marce.
Siamo fatti per queste cose, non per le altre.

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