Archivi del mese: agosto 2012

Il rientro

Non ricordo il rumore della suoneria, ma sarà stato sicuramente un trillo classico con vibrazione a seguito. Non sono il tipo da personalizzare queste cose.
Quello che so per certo è che mi ha svegliato alle sei di mattina. Il tempo di allungare una mano, girare il display verso la mia vista annebbiata e cliccare sul rettangolino con la scritta “posponi”. Poi mi sono svegliato alle sei e dieci, poi alle sei e venti, poi alle sei e trenta, poi alle sei e quaranta, poi avrei perso il treno se avessi posposto ancora. Quindi mi sono svegliato alle sei e quaranta e alzato dal letto alle sei e quarantacinque, più o meno. Tre ore prima del solito, più o meno.
Ho salutato mia moglie che è restata a letto, ho indossato polo e pantaloni lunghi già pronti dalla sera prima e sono andato in cucina. Ho aperto la porta della cucina, poi quella del frigo e, in ordine di commestibilità ho visto: due yogurt magri bianchi da tre calorie l’uno, un ceppo di lattuga floscio, due carote molli non del tutto arancioni, un cestino di prugne pronte per il compostaggio, forse qualche formaggio ma io di mattina voglio solo zuccheri e carboidrati. Prima di chiudere e provare con la credenza ho intravisto la scatola delle brioches sottocosto nell’angolo-riciclaggio carta-plastica, ma ho aperto comunque la credenza che però era vuota, fatta eccezione per una mezza confezione di taralli; ma io la mattina voglio solo zuccheri e carboidrati non salati.
Ho lavato i denti comunque perché era al punto due delle cose da fare e guai a saltare la scaletta. Ho rimpinguato il portafogli con badge aziendale e tesserino del treno e sono uscito di casa a stomaco vuoto. No, non mi sono lavato, tanto nessuno me lo chiederà mai in ufficio e poi il piano è quello di riprendere il sonno sul treno. Sono arrivato in stazione e mi sono fatto la prima coda per l’abbonamento settimanale.
Per fortuna il treno non era pieno da “viaggio in piedi con spazio” né tanto meno da “viaggio in piedi pressato” perché oggi non ricominciano tutti. Mi sono seduto, ho aperto il libro da viaggio e dopo due pagine ho ricominciato a dormire (come da scaletta). Posso dormire tranquillamente perché viaggio fino al capolinea. Ho dormito tranquillamente fino al capolinea. Ho fatto la seconda coda per uscire dai tornelli della stazione e la terza coda per fare il biglietto della metro. Nella metro sono riuscito a sedermi. Prima di sedermi mi sono detto “Evviva evviva” tra me e me, questo per il posto trovato. Non ho dormito perché non scendo al capolinea e stando sveglio ho visto quelli che salivano dopo stare in piedi per esaurimento posti a sedere. Questo ha alzato le quotazioni del mio posto e di conseguenza anche il mio umore che ha toccato il massimo della giornata pochi minuti dopo al bar, quello prima dell’ufficio, quando ho ordinato cappuccio e cornetto. Ho bevuto il cappuccio con spolverata di cacao e una bustina di zucchero di canna alternandolo alla brioches alla marmellata. Sono arrivato alla scrivania con solo quindici minuti di ritardo e dato che è il giorno del rientro so che nessuno me lo farà notare.
Dopo quarantacinque minuti erano le dieci esatte, ho visto l’ora e mi sono ricordato che “ieri a quest’ora mi svegliavo”. Le cose belle non durano abbastanza.

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Aspettando le infradito


Quasi meno due ore.
In ufficio c’è aria di pre-vacanza. Quella di quando manca proprio poco. Ci sono tante felicità pronte.
Per me che me ne sto sempre qui seduto davanti a due monitor mi sembra difficile pensare che tra poco partirò per mettermi davanti il mare. Voglio dire, ci provo, ma non ci riesco per quanto è bello.
Mi alzo a far pausa con il mio collega dirimpettaio di scrivania. Camminiamo allegri e spensierati verso l’area macchinette caffè-bevande-stuzzichini.
Mi fa: io quella non riuscirei mai a farmela.
Si riferisca a una collega top, una che ha un ufficio tutto suo, che ha sotto un po’ di persone, che può tranquillamente guardarsi le olimpiadi al computer e commentare ad alta voce e via dicendo. La “fattibilità” è il suo indice di valutazione universale.
– Tu te la faresti?
– No, è fuori discussione.
Anche per me, che ho più indici di valutazione, ci sono dei limiti. La collega top è troppo sbilanciata verso il comando e quasi zero verso la femminilità.
Arriviamo all’area pausa. Ci sediamo. Mi offre un m&ns, o come caspita si chiamano, parliamo un po’ della borsa che sta crollando ancora, giusto per ricordarci in che razza di mondo siamo, ma chissenefrega adesso.

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