Archivi del mese: ottobre 2012

L’ultimo cucchiaio

Mi sembra ci sia il sottofondo della tele, ma niente di chiaro. Potrebbe essere il fruscio di un canale che si vede a quadrettoni o una trasmissione di gente noiosa col sorriso stampato.
Io e Sara siamo stesi sul divano.
Lei ha la testa appoggiata a me e i nostri occhi sono appena a una spanna.
Mi sta raccontando di mio papà.
E’ stata a casa dei miei oggi e ricorda tutto quello che mio papà le ha detto. Così imita la sua voce, il suo napoletano con le vocali alla fine (che lui pensa sia italiano). Durante il racconto ogni tanto si ferma. E’ felice. Mio papà le ha detto che è più legato ai nipotini che ai figli perché li vede tutto il giorno. Così oggi è un nonno affettuoso e non più un operaio con la famiglia a casa. Mi dice di una gaffe che ha fatto all’asilo, di come non se ne sia nemmeno accorto.
– Ma ti rendi conto?
I vecchi…
Però io non ascolto quello che mi dice.
Siamo io e lei.
Nemmeno mezz’ora prima ero per strada e la chiamavo per dirle – un minuto e sono a casa. Ma lei aveva il telefono occupato.
Quando vuoi vedere una persona.
Quando sei stato dodici ore fuori casa che sembrano ventiquattro.
Lei ora mi racconta di Anna, la nostra nipotina. E ancora sorride perché i bambini…! I bambini sono uomini riusciti bene.
Mi dice dei suoi versi e delle sue prime frasi e che sorride sempre.
Però io non ascolto.
Siamo io e lei e questa mezz’ora mi sembra l’ultimo cucchiaio della minestra di quando ero piccolo, quello in cui c’era tutta la sostanza.
Chissà poi perché.

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Al mio tre sorridete. Uno, due…

Io non voglio essere felice
Come lo vogliono quasi tutti
E non voglio sognare di comprare qualcosa
O di fare qualcosa – ma più avanti –
(non adesso più avanti).
Per questo lo dico chiaro:
Io – NON – voglio – essere – felice!
E fanculo quelli che lo vogliono
Che poi passano il tempo libero a guardare Fiorello (SE VA BENE)
Che poi vanno in palestra per farsi la tartaruga
E si innamorano, ma solo un po’
E leggono per non annoiarsi
E guardano le partite di pallone
E se glielo chiedi vorrebbero vivere fino a cent’anni!
Ma che ve ne fate di tutto quel tempo?
Se poi vi annoiate a star a casa in un week end di pioggia.
Per cui niente di tutta questa felicità
Non fa per me e non la voglio
E se me ne cade un po’ addosso
Spero non sia troppa
Spero di farcela

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la torta nera

– Ho lasciato la porta aperta per far entrare l’odore, lo senti?
C’è un odore dolce.
– Ho fatto un tortino con una nuova ricetta: mele e pesche.
Siamo sul divano a sentire Damien Rice, dalla porta della cucina aperta arriva il profumo del tortino.
Io gioco a qualcosa di gratis che Sara ha scaricato sul tablet, un omino che vola e caca soldi e… niente, è lungo da spiegare.
C’è il silenzio del cambio di canzone.
Completo una missione da tre stelle, il massimo.
Proprio quando…
– E questo?
– Cosa?
– L’odore, non lo senti?
– Noooo!
Si alza e corre in cucina.
Ritorna con le labbra all’ingiù.
– Noooo!
Damien canta cannonball.
– Si è bruciato.
Restiamo seduti ad ascoltare la musica con la luce soffusa della lampada sull’angolo.
Poco dopo scopriamo che il tortino è buono anche se sembra cotto con un lanciafiamme.
Torniamo ad ascoltare la musica.
Questa volta lascio perdere il gioco.
– Era proprio buono!
Vorrei che la notte durasse tantissimo, ma apparte questo non manca niente.

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nonostante tutto

La ragazza alla mia destra vorrebbe provare “le ossa dei morti”, la sento dire proprio così, e un’altra, mentre si alza per scendere, le risponde che domani gliele porta. Dev’essere qualcosa che si mangia. Di fronte c’è seduto un ragazzo di colore con dita e unghie lunghe. Uno di quelli che capisci subito che non fa una vita in discesa. Non guarda niente con attenzione e sembra essere pieno di chissà che cosa – La vita! – Accanto gli è seduto un signore sulla cinquantina, con tutti i capelli bianchi e con un ipad dello stesso colore. Scorre col dito qualcosa che potrebbe essere un sito di informazione. Ha scarpe non care di velluto e una camicia senza iniziali, immagino che quando scenderà salirà su una macchina qualunque come le sue scarpe. Il pavimento del corridoio del treno è blu con puntini grigi o sbiaditi che assomigliano ai coriandoli consumati del giorno dopo carnevale. Ho fame di qualcosa con il formaggio. Per un attimo penso che tutte queste cose insieme non siano altro che la vita vista da vicino, quello di cui è fatta la vita, i suoi atomi, o almeno una parte. Niente cose grandi. Niente filosofia. Il ragazzo con le dita lunghe si alza per scendere. Allungo le gambe dove prima c’erano le sue. Sara mi telefona per dirmi che mi aspetta in stazione, ma io ho preso il treno dopo, gli dico, così lei va. Il treno frena alla fermata prima della mia. Il treno di notte è un posto dove quasi tutti cercano di essere quasi spenti, in un modo simile al risparmio energetico dei computer, solo chi è con un amico o con un collega non è così, ma sono pochi. Io amo questo treno ma solo perché trovo sempre da sedere, anzi non lo amo, mi fa solo comodo. Sento lo zang delle porte che si chiudono. Manca meno per casa!
Quando arriva la mia stazione sono già davanti alla porta. Si apre e scendo. Mi accorgo che piove ma è una pioggia sottile come polvere, non mi si ferma nemmeno sulle lenti. Cammino insieme a quelli che sono scesi fino alle sbarre che si alzano. E’ già notte. Sono già stanco. La vita a volte è un fiore che cresce dove nessuno passa a guardare. Ma è un fiore.

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due passi con la tosse

Ore 17.00 il cielo è azzurro paradiso. Spengo computer, tele e tablet ed esco con Sara. Esco e non è domenica e non è sabato. Non ricordo quando è stata l’ultima uscita feriale. Io e Sara mentre usciamo mano nella mano di martedi – dentro – siamo dello stesso colore del cielo, e siamo felici.

Passiamo il centro del paese fino a una discesa a due tornanti che porta a un percorso vita e li camminiamo per un’ora sotto gli alberi e sopra le foglie gialle. Respiriamo aria fresca, parliamo e un po’ restiamo in silenzio ad ascoltare il vento tra le piante, i cinquettii e il cric-cric delle scarpe sul terriccio. Camminando mi viene in mente una cosa semplice a cui non avevo mai pensato, e cioè – se vuoi vedere un albero da vicino devi camminare verso l’albero e non allargare indice e pollice. Chissà se un giorno dovremo spiegare queste cose ai nipotini… sempre che… “ok tutto nonno, ma un albero che diavolo è?”.

Vabbé. Passiamo due paesi senza vedere nè un cartello di confine nè una macchina. Arriviamo fino alla casa di mia sorella che è proprio all’uscita del bosco, suoniamo e niente. Suoniamo ancora ma arriva solo il cagnolino che abbaia per dovere ma poi si lascia accarezzare. Allora le telefono e scopro che è uscita da un’amica che ha partorito – proprio oggi. Così rifacciamo la strada al contrario. Stessi alberi, stesso sentiero, stessi sassi ma con l’aria più fresca e con una luce più bassa di due toni del telecomando. Passiamo attraverso campi di granturco completamente secchi – gialli e marroni, niente verde. Incrociamo forse cinque corridori della “domenica”, due mamme con cucciolata a seguito e qualche ciclista. Nessuno che cammina.

Camminare tra gli alberi è maledettamente sano. A Sara gli dico che siamo fatti per questo. Un giorno uno scienziato filantropo esulterà dicendo: “ho scoperto a cosa servivano le gambe!” – ma io oggi lo so e mi dispiace che ce ne stiamo dimenticando, che sta uscendo dal nostro dna poco alla volta, e mi dispiace che guardando un bel tramonto stiamo iniziando a rammaricarci se non abbiamo con noi la nostra nikon. – merda pensavo di averla dietro!

Vabbé. Torniamo sull’asfalto nero, e camminiamo fino alla prima curva vicino a una fila di auto che scureggia smog. Rientriamo nel nostro paesino dal lato opposto rispetto a dove siamo usciti due ore fa. Il cielo è dello stesso blu della RED-BULL che guida Webber, c’è anche qualche nuvola ma non è seria. Rientriamo in casa. Che giornata! Peccato che sia il mio ultimo giorno di malattia. Stare con Sara tutto il giorno di fila è mille volte più bello di quando lo spread scende. E’ una cosa bella e favolosa.

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Latte e polvere

Metro: otto e cinquanta. Quello davanti a me,  un capellone con una barba di qualche giorno, si sta scaccolando beatamente, manco fosse in macchina al semaforo. Affonda le dita in miniera, estrae le pepite e se le rigira tra le dita per dargli una forma sferica. Poi si passa la mano – si si la stessa mano!  – tra i capelli. Accanto una signora legge con più attenzione di quanta ne servirebbe, forse per evitare la scena alla sua destra. Più in la ancora uno scrive o gioca con il cellulare. Chiude la fila una ragazza con un kindle.

Otto e cinquantacinque. La metro esce all’aria aperta. Dai finestrini entra luce al neon. E’ per via della solita nebbia milanese color latte e polvere. Quel poco che si vede sembra una cartolina della luna ma senza bandiera americana.

Otto e cinquantasette. Assago-milanofiori, la mia fermata. Scendono uno su tre. Resta su il capellone caccoloso. Il tema però non cambia di molto. Appena fuori sento odore di letame – faccio le scale mobili e esco dal tornello con un collega del mio stesso piano. Guardo l’orologio. Gli faccio: senti anche tu quest’odore? – Si – mi fa – è merda, avranno concimato. – Poi cammina fissando il suo samsung galaxy s2, dal quale cerca di scaricare la posta. Si lamenta della connessione lenta e mi chiede qualcosa su un simbolo che gli appare in alto sul galaxy.

– Merda hanno concimato, proprio oggi.

Il mio ufficio è al sesto piano. Salgo sei piani di nebbia col collega e con la sua posta in scaricamento. Se non ricordo male scambiamo ancora due battute, ma può essere anche di no.

-Il mio ufficio mi piace, il mio lavoro è quasi quello che sognavo, certo che non mi lamento!
Tolgo la borsa dalla mia spalla e la metto a penzolare su quella della sedia. Accendo il computer e vado a bere il primo caffè.
Saluto alcune colleghe che incrocio tra la mia scrivania e il caffè.
– Non è nemmeno faticoso, mia sorella dice sempre che ho le mani morbide come il culo di un bambino perché non lavoro in fabbrica come suo marito che ha le mani che ci grattiggi il parmiggiano.
– Ok ok sto via dodici ore per volta ma è normale qui. Nessuno ti tira dietro la busta paga.

Mi siedo con ancora mezzo caffè della macchinetta che non sa gran che di caffè. Ne mancano undici (di ore). Tra undici starò abbracciando Sara che mi chiederà come è andata.

– Tutto bene amore mio. Tutto bene.

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Con la tele spenta

Una volta mancò la corrente.

Un buio!

Ero un bambino quella volta.

Corremmo a cercare fiammiferi e candele e…

La luce della candela al buio!

Lo spazio di luce ondulante!

Il colore del legno del tavolo con quella luce!

Passargli sopra un dito veloce!

Guardare i miei due fratelli in quella penombra così calma!

Discutemmo di qualcosa di bello,

anche se non ricordo di cosa.

Mancava il rumore della tele.

Mancava la luce precisa delle lampadine.

Persino i giochi.

Ma quando non parlavamo,

non mancava niente.

Era come se…

…ora non mi viene in mente.

Tornò la luce,

la tele si accese.

La candela finì nel cassetto.

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