Latte e polvere

Metro: otto e cinquanta. Quello davanti a me,  un capellone con una barba di qualche giorno, si sta scaccolando beatamente, manco fosse in macchina al semaforo. Affonda le dita in miniera, estrae le pepite e se le rigira tra le dita per dargli una forma sferica. Poi si passa la mano – si si la stessa mano!  – tra i capelli. Accanto una signora legge con più attenzione di quanta ne servirebbe, forse per evitare la scena alla sua destra. Più in la ancora uno scrive o gioca con il cellulare. Chiude la fila una ragazza con un kindle.

Otto e cinquantacinque. La metro esce all’aria aperta. Dai finestrini entra luce al neon. E’ per via della solita nebbia milanese color latte e polvere. Quel poco che si vede sembra una cartolina della luna ma senza bandiera americana.

Otto e cinquantasette. Assago-milanofiori, la mia fermata. Scendono uno su tre. Resta su il capellone caccoloso. Il tema però non cambia di molto. Appena fuori sento odore di letame – faccio le scale mobili e esco dal tornello con un collega del mio stesso piano. Guardo l’orologio. Gli faccio: senti anche tu quest’odore? – Si – mi fa – è merda, avranno concimato. – Poi cammina fissando il suo samsung galaxy s2, dal quale cerca di scaricare la posta. Si lamenta della connessione lenta e mi chiede qualcosa su un simbolo che gli appare in alto sul galaxy.

– Merda hanno concimato, proprio oggi.

Il mio ufficio è al sesto piano. Salgo sei piani di nebbia col collega e con la sua posta in scaricamento. Se non ricordo male scambiamo ancora due battute, ma può essere anche di no.

-Il mio ufficio mi piace, il mio lavoro è quasi quello che sognavo, certo che non mi lamento!
Tolgo la borsa dalla mia spalla e la metto a penzolare su quella della sedia. Accendo il computer e vado a bere il primo caffè.
Saluto alcune colleghe che incrocio tra la mia scrivania e il caffè.
– Non è nemmeno faticoso, mia sorella dice sempre che ho le mani morbide come il culo di un bambino perché non lavoro in fabbrica come suo marito che ha le mani che ci grattiggi il parmiggiano.
– Ok ok sto via dodici ore per volta ma è normale qui. Nessuno ti tira dietro la busta paga.

Mi siedo con ancora mezzo caffè della macchinetta che non sa gran che di caffè. Ne mancano undici (di ore). Tra undici starò abbracciando Sara che mi chiederà come è andata.

– Tutto bene amore mio. Tutto bene.

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