due passi con la tosse

Ore 17.00 il cielo è azzurro paradiso. Spengo computer, tele e tablet ed esco con Sara. Esco e non è domenica e non è sabato. Non ricordo quando è stata l’ultima uscita feriale. Io e Sara mentre usciamo mano nella mano di martedi – dentro – siamo dello stesso colore del cielo, e siamo felici.

Passiamo il centro del paese fino a una discesa a due tornanti che porta a un percorso vita e li camminiamo per un’ora sotto gli alberi e sopra le foglie gialle. Respiriamo aria fresca, parliamo e un po’ restiamo in silenzio ad ascoltare il vento tra le piante, i cinquettii e il cric-cric delle scarpe sul terriccio. Camminando mi viene in mente una cosa semplice a cui non avevo mai pensato, e cioè – se vuoi vedere un albero da vicino devi camminare verso l’albero e non allargare indice e pollice. Chissà se un giorno dovremo spiegare queste cose ai nipotini… sempre che… “ok tutto nonno, ma un albero che diavolo è?”.

Vabbé. Passiamo due paesi senza vedere nè un cartello di confine nè una macchina. Arriviamo fino alla casa di mia sorella che è proprio all’uscita del bosco, suoniamo e niente. Suoniamo ancora ma arriva solo il cagnolino che abbaia per dovere ma poi si lascia accarezzare. Allora le telefono e scopro che è uscita da un’amica che ha partorito – proprio oggi. Così rifacciamo la strada al contrario. Stessi alberi, stesso sentiero, stessi sassi ma con l’aria più fresca e con una luce più bassa di due toni del telecomando. Passiamo attraverso campi di granturco completamente secchi – gialli e marroni, niente verde. Incrociamo forse cinque corridori della “domenica”, due mamme con cucciolata a seguito e qualche ciclista. Nessuno che cammina.

Camminare tra gli alberi è maledettamente sano. A Sara gli dico che siamo fatti per questo. Un giorno uno scienziato filantropo esulterà dicendo: “ho scoperto a cosa servivano le gambe!” – ma io oggi lo so e mi dispiace che ce ne stiamo dimenticando, che sta uscendo dal nostro dna poco alla volta, e mi dispiace che guardando un bel tramonto stiamo iniziando a rammaricarci se non abbiamo con noi la nostra nikon. – merda pensavo di averla dietro!

Vabbé. Torniamo sull’asfalto nero, e camminiamo fino alla prima curva vicino a una fila di auto che scureggia smog. Rientriamo nel nostro paesino dal lato opposto rispetto a dove siamo usciti due ore fa. Il cielo è dello stesso blu della RED-BULL che guida Webber, c’è anche qualche nuvola ma non è seria. Rientriamo in casa. Che giornata! Peccato che sia il mio ultimo giorno di malattia. Stare con Sara tutto il giorno di fila è mille volte più bello di quando lo spread scende. E’ una cosa bella e favolosa.

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