Archivi del mese: novembre 2012

Etty Hillesum

Sapeva che sarebbe salita su quel treno da settanta persone a vagone,
che non c’erano sedili,
che non c’erano finestre.
Sapeva che già in quel viaggio ne sarebbero morte molte,
di persone,
– se così si poteva ancora dire –
Sapeva quello che stava accadendo ad altri milioni del suo popolo,
che avevano già preso quel treno,
o che lo avrebbero preso insieme ai suoi genitori.
Che era quella la vita,
– se così si poteva ancora dire –
Che nessuno gli avrebbe più dato una scelta.
Che la strada aveva finito gli incroci.
Che avrebbe visto altri corpi magri sottovuoto,
altri occhi fissi, immobili,
spezzati.
Che non avrebbe mai più visto un bambino sorridere.
Che stavano strappando le anime dai corpi
come si strappano le unghie.
Che stava venendo giù il mondo,
senza fare rumore.

E che da qualunque lato fossero
– gli uomini –
che avessero la divisa e un mitra
o solo un colpo in pancia
erano tutti uguali.

E che la vita era Stupenda lo stesso.
Lo stesso.
Lo stesso,
nonostante tutto quel fumo!

Come un fiore che cresce nel fango.

a Etty Hillesum

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L’opposto di vivere

Ci sono parole che sono come rompersi un piede, ti arrivano e senti crack!
Non stai nemmeno a pensare se siano giuste o no, se per caso non te le meritavi, se siano eccessive, se potevi schivarle.
Da certe parole non puoi proteggerti e basta.
Dico parole, ma dovrei dire da certi carichi di odio, di violenza, di dolore. Da certe indifferenze volute.
Ti arrivano addosso, spaccano quello che trovano, spianano tutto. Ti fanno un male cane e ti lasciano con un piede rotto.
Un dolore terribile se solo provi a tirarti su, a essere come prima. Non puoi più essere come prima!

Beh in realtà ci si potrebbe difendere… ma è quasi impossibile.
E’ impossibile.

La cosa più tremenda in questi casi non è nemmeno il dolore.
Sto leggendo un libro sul nazismo e… non è il nazismo in sè, quanto quello che l’uomo può aver dentro.
Non è il dolore che fanno le parole, ma il fatto che hai visto chi te le ha dette, che ci sia qualcuno che le abbia avute dentro quelle parole. Che siano state in uno sguardo prima che sulla lingua.
Se ti rompi un piede perché lo metti storto scendendo le scale – vabbé – fa un male cane, ma è tutto li. Domani lo racconti col sorriso.
Ma quando leggi su un cartello esposto fuori da un fruttivendolo: “qui gli ebrei non possono entrare”, quando uno in divisa ti urla di non parlare, di non sorridere…
Ma come fa l’uomo a essere così? A scivolare così? A diventare così?
Mi spaventa questa cosa terribile che certe cose si possano aver dentro; insieme alle vene, alle ossa, ai muscoli e a tutto quanto.
Che non siano una rarità, che non siano una cosa solo di quelli lì.
E mi spaventa che certe cose passino facilmente dagli occhi di chi le dice al cuore di chi le vede.
E’ terribile. E’ semplicemente terribile!

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Pioveva tantissimo

La prima volta mi hai detto no
e poi una cosa tipo
che saremmo stati sempre amici.

Poi hai parlato mezz’ora ancora,
ma io ho smesso di sentire
perché c’era quel no davanti
ed era un no assordante.

Come potevo sentire?

Avevo tracciato i bordi
di quello che non stavi colorando,
avevo cucito insieme
quello che stavi staccando.

Fuori era buio pesto
e pioveva come nei film
di hollywood,
mentre ti riportavo a casa.

Tu eri bella
come se fosse un giorno di sole,
anzi no,
eri più bella ancora.

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TARAFRANG!!!!


Sto sognando che la macchinetta del caffè dell’ufficio si è inceppata. Dà caffè senza togliere i soldi dalla chiavetta. Il caffè sa anche di caffè.
E’ solo l’inizio.
Appena torno al posto arriva una mail aziendale che comunica che i ticket verranno aumentati da cinque e venti a cinque e cinquanta!
E’ una notizia bomba! Il collega alle mie spalle che fino a ieri si lamentave per alcuni licenziamenti dubbi, ora sorride. Forse gliel’ha perdonata.
Chi non legge la mail la sente dal vicino.
Sono tutti euforici come se fosse venerdi sera.
Due colleghe dell’open-space osano una mazurca. Evvai!

TARAFRANG!

Il mio capo per festeggiare invita me, Marco e Willy a bere un caffè alla macchinetta (non faccio mai sogni esagerati).

SCATAPATRANG!

No, no, no!!! Voglio festeggiare!

SPRENGSGANG!

Quel fracasso mi arriva come un pizzicotto pazzesco che mi fa aprire gli occhi.
– Erasolounsognomerda. – Lo dico attaccato perché appena sveglio non ho ancora gli spazi.

STENGSCRASH!

Nel mio paese fanno la raccolta del vetro alle sei del mattino!
Alle sei del mattino io accetterei a mala pena che raccogliessero polistirolo, ma si vede che quelli del comune abitano fuori.
– Vetrodimerda!
Mi viene l’istinto di boicottare le bottiglie di vetro. Potrei bere direttamente dal rubinetto come segno di protesta. Magari qualcuno inizierebbe a parlarne in paese…
– Sai quello che ha la casa sopra al bar? E’ da un mese che beve dal rubinetto per protestare contro le bottiglie di vetro!
– Povero!
Ma poi penso che forse Pannella da giovane ha inizato così e lascio perdere, perché non voglio finire a bere pipì.
Sono sveglio.
Dovrò continuare a pagare il caffè che non sa di caffè e a mangiare con cinque e venti.
Cinque e cinquanta sarà ancora e soltanto quel maledettissimo spread e la crisi sarà ancora crisi.
E ora sono convinto che non ne usciremo mai se continuano a raccogliere il vetro alle sei del mattino.

– SBENGSTRANG!

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Rosso che non si vede

Siamo alla tavola della cucina. Sono le otto di sera. Nella stanza accanto sua figlia gioca con le nostre due nipotine che oggi si fermano a dormire da noi.
Veronica legge la bibbia da qualche mese, non per l’insistenza di qualcuno, né per una di quelle inutili forme di curiosità da settimana enigmistica, ma per cercare. Per cercare come chi sa che gli manca qualcosa.
E’ li seduta all’altro lato della tavola quando mi chiede:
– Perché la gente soffre?
Mi piace questa domanda, soprattutto mi piace che sia una domanda e non già l’evidenza che sia tutto inutile. Come è spesso.
Dalla sala viene il baccano delle bambine insieme alle note di una sinfonia per pianoforte. Ma si può parlare senza troppo disturbo.
Rimango un po’ a pensare, poi gli dico:
-Perché è inevitabile. Come sarà inevitabile che quando tua figlia sarà grande dovrai lasciarla libera anche di mettersi col ragazzo che a te non va.
Se mi avesse chiesto quale è il costo dell’amore, gli avrei detto “la libertà”.
L’amore costa la libertà.
Quale libertà, quanta libertà?
La risposta è una sola ma non è affatto semplice.
Sento il limite delle parole che sono buone per descrivere le solite cose: il tempo, l’ultimo film visto, la mangiata fatta il giorno prima, ma che trovano sempre l’ostacolo dell’esperienza diretta che a volte manca.
Come fai a dire a un cieco cos’è il rosso?
Per farmi capire uso le parole di Gesù che lodò il Padre per aver nascosto le cose importanti ai saggi e agli intelligenti e per averle rivelate ai più piccoli. Come dire che la bibbia è un libro che parla del rosso ai ciechi.
Quasi sempre.
Veronica ascolta con interesse. Veronica è una mamma come ce ne sono poche. Lo so perché il diario aperto degli adulti sono i loro figli e perché sorride spesso.
– Essere una buona mamma vale capire la bibbia.
Gli dico più o meno queste parole e poi che Dio non aveva scelta.
A costo di essere ignorato.
A costo di passare per insensibile.
A costo di essere rosso per ciechi.
Poteva evitare tutto il dolore di questo mondo e invece ha unito a quello il suo, morendo allo stesso modo, soffrendo per la perdita del suo unico figlio.
Noi non potevamo volare fino al cielo, così lui rinunciò alle ali.
Per questo oggi non puoi alzare il braccio e dire “E’ li!”.

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due!

– Si sono due!
Riguardo che non si sa mai.
– Sono due
La tipa davanti ha me maneggia con due iPhone quattro o quattro esse. Con uno ascolta la musica e con l’altro scrive su facebook.
– Se lo sapessero i bambini dell’africa!
– Se gli spiegassi che con uno solo potrebbe ascoltare la musica e chattare su facebook!
– Forse ne ha un terzo in borsa che usa per telefonare.
– Forse lavora alla provincia.
I soldi…
– Cerco di capire che tipa è.
– Ha un cappottino doppio petto nero.
– Ok ma qesto non è un indizio.
– Ha dei guanti di lana neri senza dita.
– Ok ma qesto non è un indizio.
– Ha una borsa nera consumata (ma non poteva comprarsi una borsa nuova?).
La sta aprendo proprio ora.
Nuovi indizi:
– Ha un pacchetto di fazzoletti tempo.
– Ok ma qesto non è assolutamente un indizio.
– Ha un borsellino LV
– Ha dei grandi occhiali da sole.
– Non ci sono indizi veri.
– Potrei dire che sia una ragazza come tante se non fosse che ne ha due!
– Forse è la nuova moda per essere di più.
– Ma no! ma no! ma nooooo!
Due posti in là un signore per metà brizzolato e per metà calvo ha appena tirato fuori un cellulare a conchiglia!
– Ma siamo nel 2012!
– Ha ancora i tasti!

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divano e tv

Riso con polpette e per secondo castagne al forno.
Dopo cena mi chiede:
-Che ti va di fare?
-Divano e TV.
Guardiamo “Colorado” fino alla prima pubblicità. Poi giro su “A serius man”. E’ un bel film, ma non lo finiamo.
Lei si addormenta per prima. Come sempre.
Poco dopo anche io la seguo.
Quando mi sveglio le faccio segno di andare a letto.
Ci va dopo circa un minuto, salendo le scale tutta assonnata.
Io intanto spengo tutto quello che è acceso e do’ un giro di sicurezza alla chiave della porta d’ingresso, mi lavo i denti e salgo.
La trovo sotto il piumone ikea che dorme.
Regolo la luce alogena in modo che segni appena i confini delle cose, lasciando quasi indefiniti i colori.
Mi avvicino a lei.
E’ ancora sveglia.
-Preghiamo?
Le dico con una voce tenue come la luce nella stanza.
-Tu o io?
-Io.
Così lei ascolta.
Qualche giorno prima abbiamo incrociato un ragazzo di colore che chiedeva spiccioli tra il bar e il fioraio del nostro paese.
Li per li lo abbianmo scartato, per abitudine più che per avarizia, ma poi ci è venuta l’idea di invitarlo per cena. Però quando sono tornato già non c’era.
-Mio Dio mi piacerebbe essere di aiuto a chi ha meno – dico sottovoce – così come anche tu fai con noi.
Diciamo amen quasi insieme.
Da sotto le coperte allungo un braccio fino all’interruttore.
Restiamo abbracciati in quel buoi completo senza muoverci, senza ascoltare niente.
E’ stato un giorno pieno di lavoro, duro ed inutile, come ne capitano tanti.
L’obbligo del lavoro, l’attesa delle 18, il viaggio in treno e tutto per arrivare scarico la sera e chiudere gli occhi dopo due ore di tele.
Per quale motivo poi? Ci fossimo almeno riposati.
Ma il giorno non è ancora finito e in quei pochi minuti che mancano sembra che tutto si aggiusti, come con un goal fatto sul fischio.
Vorrei avere meno sonno.

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