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Sara

love

Ogni volta che ci penso
che siamo insieme,
che sei proprio tu
che bacio la mattina
che mi scrivi,
che mi chiami,
che ritrovo sempre la sera:
sono felice
come chi si innamora
per prima volta

Tanto che
non so più litigare
senza contare i minuti,
i secondi,
che mi separano
da te,
e non sopporto
quando sei lontana
o quando passo un giorno
senza

E questa cosa
che ora è normale
parlarti,
ascoltarti,
capirti o fraintenderti
ed accoglierti
e volerti
sempre,
per me è un OCEANO
ed è così
che ti amo
dalla prima volta
che ti ho vista
Sara

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la prefiglia

gatta
Siamo un popolo di malati. No, dico davvero.
Sono sposato da 18 mesi. Da circa 5 viviamo insieme a un gatto, cioè a una gatta.
Nera per la precisione.
Non abbiamo figli.
I primi giorni i discorsi tra me e Sara erano:
– sul divano no vero?
– ma dai, non perde nemmeno il pelo!
– ok, però niente letto!
– no no, niente letto.
Poi ci siamo affezionati sempre di più. Noi.
Adesso “lei” dorme serenamente nel lettone sotto le coperte, perché è freddolosa.
Perde il pelo.
E’ coccolata, viziata, accarezzata, sbaciucchiata.
Risponde al richiamo: “piccina dove sei?”
Beve solo acqua corrente, mangia solo le sue crocchette e il tonno al naturale.
Ci vede uscire quando andiamo al lavoro.
Ci vede rientrare la sera, stanchi e stressati.
Tutto questo dal divano.
Si arrabbia se, quando torna dalla perlustrazione, noi tardiamo ad aprirgli.
Credo stia iniziando a pensare che la casa sia sua.
Credo stia iniziando a pensare che io e Sara siamo i suoi filippini.
Sa una parola sola con la quale ottiene tutto quello che vuole.
“Miao” vicino alla porta = volgio uscire, aprimi!
“Miao” in cucina = oggi non si mangia?
“Miao” quando l’accarezzi = basta massaggi sto bene così.
“Miao” in bagno = cambia la sabbia se non vuoi che ti rovini il tappeto!
( Noi con qualche migliaio di parole in più riusciamo sistematicamente a fraintenderci! )
Ora che ci penso dovremmo rivedere la piramide evolutiva.
Siamo stati sorpassati.
Anzi, doppiati.
Innumerevoli volte.
La prova?
Noi siamo matti di lei.
E’ la nostra bambina.
E’ la prefiglia che abbiamo sempre desiderato.

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Pioveva tantissimo

La prima volta mi hai detto no
e poi una cosa tipo
che saremmo stati sempre amici.

Poi hai parlato mezz’ora ancora,
ma io ho smesso di sentire
perché c’era quel no davanti
ed era un no assordante.

Come potevo sentire?

Avevo tracciato i bordi
di quello che non stavi colorando,
avevo cucito insieme
quello che stavi staccando.

Fuori era buio pesto
e pioveva come nei film
di hollywood,
mentre ti riportavo a casa.

Tu eri bella
come se fosse un giorno di sole,
anzi no,
eri più bella ancora.

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divano e tv

Riso con polpette e per secondo castagne al forno.
Dopo cena mi chiede:
-Che ti va di fare?
-Divano e TV.
Guardiamo “Colorado” fino alla prima pubblicità. Poi giro su “A serius man”. E’ un bel film, ma non lo finiamo.
Lei si addormenta per prima. Come sempre.
Poco dopo anche io la seguo.
Quando mi sveglio le faccio segno di andare a letto.
Ci va dopo circa un minuto, salendo le scale tutta assonnata.
Io intanto spengo tutto quello che è acceso e do’ un giro di sicurezza alla chiave della porta d’ingresso, mi lavo i denti e salgo.
La trovo sotto il piumone ikea che dorme.
Regolo la luce alogena in modo che segni appena i confini delle cose, lasciando quasi indefiniti i colori.
Mi avvicino a lei.
E’ ancora sveglia.
-Preghiamo?
Le dico con una voce tenue come la luce nella stanza.
-Tu o io?
-Io.
Così lei ascolta.
Qualche giorno prima abbiamo incrociato un ragazzo di colore che chiedeva spiccioli tra il bar e il fioraio del nostro paese.
Li per li lo abbianmo scartato, per abitudine più che per avarizia, ma poi ci è venuta l’idea di invitarlo per cena. Però quando sono tornato già non c’era.
-Mio Dio mi piacerebbe essere di aiuto a chi ha meno – dico sottovoce – così come anche tu fai con noi.
Diciamo amen quasi insieme.
Da sotto le coperte allungo un braccio fino all’interruttore.
Restiamo abbracciati in quel buoi completo senza muoverci, senza ascoltare niente.
E’ stato un giorno pieno di lavoro, duro ed inutile, come ne capitano tanti.
L’obbligo del lavoro, l’attesa delle 18, il viaggio in treno e tutto per arrivare scarico la sera e chiudere gli occhi dopo due ore di tele.
Per quale motivo poi? Ci fossimo almeno riposati.
Ma il giorno non è ancora finito e in quei pochi minuti che mancano sembra che tutto si aggiusti, come con un goal fatto sul fischio.
Vorrei avere meno sonno.

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L’ultimo cucchiaio

Mi sembra ci sia il sottofondo della tele, ma niente di chiaro. Potrebbe essere il fruscio di un canale che si vede a quadrettoni o una trasmissione di gente noiosa col sorriso stampato.
Io e Sara siamo stesi sul divano.
Lei ha la testa appoggiata a me e i nostri occhi sono appena a una spanna.
Mi sta raccontando di mio papà.
E’ stata a casa dei miei oggi e ricorda tutto quello che mio papà le ha detto. Così imita la sua voce, il suo napoletano con le vocali alla fine (che lui pensa sia italiano). Durante il racconto ogni tanto si ferma. E’ felice. Mio papà le ha detto che è più legato ai nipotini che ai figli perché li vede tutto il giorno. Così oggi è un nonno affettuoso e non più un operaio con la famiglia a casa. Mi dice di una gaffe che ha fatto all’asilo, di come non se ne sia nemmeno accorto.
– Ma ti rendi conto?
I vecchi…
Però io non ascolto quello che mi dice.
Siamo io e lei.
Nemmeno mezz’ora prima ero per strada e la chiamavo per dirle – un minuto e sono a casa. Ma lei aveva il telefono occupato.
Quando vuoi vedere una persona.
Quando sei stato dodici ore fuori casa che sembrano ventiquattro.
Lei ora mi racconta di Anna, la nostra nipotina. E ancora sorride perché i bambini…! I bambini sono uomini riusciti bene.
Mi dice dei suoi versi e delle sue prime frasi e che sorride sempre.
Però io non ascolto.
Siamo io e lei e questa mezz’ora mi sembra l’ultimo cucchiaio della minestra di quando ero piccolo, quello in cui c’era tutta la sostanza.
Chissà poi perché.

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la torta nera

– Ho lasciato la porta aperta per far entrare l’odore, lo senti?
C’è un odore dolce.
– Ho fatto un tortino con una nuova ricetta: mele e pesche.
Siamo sul divano a sentire Damien Rice, dalla porta della cucina aperta arriva il profumo del tortino.
Io gioco a qualcosa di gratis che Sara ha scaricato sul tablet, un omino che vola e caca soldi e… niente, è lungo da spiegare.
C’è il silenzio del cambio di canzone.
Completo una missione da tre stelle, il massimo.
Proprio quando…
– E questo?
– Cosa?
– L’odore, non lo senti?
– Noooo!
Si alza e corre in cucina.
Ritorna con le labbra all’ingiù.
– Noooo!
Damien canta cannonball.
– Si è bruciato.
Restiamo seduti ad ascoltare la musica con la luce soffusa della lampada sull’angolo.
Poco dopo scopriamo che il tortino è buono anche se sembra cotto con un lanciafiamme.
Torniamo ad ascoltare la musica.
Questa volta lascio perdere il gioco.
– Era proprio buono!
Vorrei che la notte durasse tantissimo, ma apparte questo non manca niente.

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