a Milano

milano

A Milano la gente corre anche se pensa di camminare.

Sul treno di questa mattina un signore con una borsa da quattrocento euro si lamentava di un lavoro partito senza periodo di test.
E’ incredibile che siano partiti senza periodo di test! – ha detto
Aveva le unghie curate e un orologio che se ci sei seduto davanti lo noti per forza.
Aveva una camicia bianca e calzini grigi, un abito d’affari e la barba di un centimetro esatto, nera e bianca.
Ho chiesto di usare il bar-code a quattordici caratteri e mi hanno detto che per loro era troppo! – ha aggiunto lamentandosi.
Chi gli era accanto annuiva. Forse per via dell’orologio.
Chissà da quanto non fa un giorno senza smartphone – ho pensato – o senza mail, o senza computer.
Lo ho pensato perché fino al giorno prima ero a Tenerife a trovare i genitori di mia moglie.
Lì si vive anche senza.
E poi ti accorgi che forse è il contrario, cioè che la vita è quando stai senza.
Non per forza senza computer, telefono o mail, ma senza l’affanno di quello cose.
Quando cammini.
Il signore con la barba precisa è sceso alla fermata prima della mia.
Aveva in mano l’ultimo samsung, quello che sui blog si trova cliccando su “top di gamma”, quello che costa come una settimana di albergo al mare.
Forse stava scrivendo alla moglie che gli voleva bene.
(Ma si può voler bene a una moglie nelle discese dal treno?)
O forse stava scrivendo che stava arrivando,
di preparare chissà cosa
e che è da pazzi senza periodo di test.

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Samuelino

sam

Diventi papà quando Dio ti mette in braccio il paradiso,
quando fai tardi la notte per guardalo,
quando non vedi l’ora di tornare a casa,
per guardarlo.
Quando capisci che con metà di qulla gioia lì
saresti già pieno, sarebbe già abastanza.
Non è che fai un figlio perchè le cose vanno così,
tu non saresti capace di disegnare un volto.
E’ un regalo, è Dio che ti fa provare ad esser come Lui.
E’ quel sentimento lì,
per cui non basta un cuore solo,
è quella pienezza lì.
Diventi papà e – a volte –
capisci che non è una questione di doveri,
che non hai fatto,
che non hai creato,
che nulla più di prima ti appartiene.
Hai fatto solo un salto verso il cielo,
hai visto per un attimo,
hai respirato un soffio,
e sei tornato giù
per raccontare tutto a chi un giorno
ti chiamerà papà.

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Al mare dalle zie

bimbo spiaggia

Quando ero piccolo dicevo “hotel” solo quando dicevo “H di hotel”, perché non ci andavo mai.
Le vacanze le facevo a Scafati, nel sud, dalle zie. Che poi erano le zie di mia mamma, che erano come nonne per me.
Pregavano sempre. Con noi dicevano un rosario al giorno. Amen. Tutte le collane che avevano erano rosari. Tutti i quadri che avevano erano della Madonna tranne uno che era di Gesù e del suo sacro cuore.
Stavamo li due mesi. Al mare ci andavamo solo per un paio di settimane quando venivano i miei, il resto lo passavamo a casa.
La casa era vecchissima ed aveva ancora le crepe dell’ultimo terremoto. Erano le rughe della casa.
Io giocavo spesso in terrazzo. Alla fine del terrazzo c’erano delle scale che portavano a un piccolo cortile di cemento dove c’erano le galline, che strillavano ad ogni uovo, e un gallo che mi faceva paura.
Il mio gioco preferito erano i soldatini, ma se avessi potuto scegliere sarebbe stato il videogioco del bar. Ci giocavo quando avevo duecento lire, ma ci giocavo così poco che sarebbe stato meglio se mi compravo un ghiacciolo con quei soldi, perché morivo dopo appena un minuto ogni volta.
Non esistevano i telefonini con cui giocare. I telefoni erano tutti grigi e facevano solo Drin.
Avrei voluto avere una bicicletta oltre al videogioco del bar. Non so fino a dove sarei stato felice con quelle due cose!

Adesso faccio le vacanze vere con Sara, che vale cento videogiochi del bar, ma se mi chiedessero: “torneresti indietro?”, risponderei che non si può tornare indietro. Perché non mi andrebbe affatto di rispondere.
La verità è che con Sara ci tornerei subito, mille volte, ma non si può.

Una di quelle due zie era davvero speciale.
Hai presente quando vorresti pensara a un angelo e non sai cosa pensare?
Io lo so.
Quando ero piccolo zia Olga aveva già più rughe della casa e nemmeno tutti i denti.
Mia mamma diceva che era la sua zia preferita e che era buona.
Buona lo era al punto da sembrare bella, l’opposto di quello che accade oggi.
Forse era davvero bella, se importa qualcosa.
Peccato che il tempo, di nascosto, faccia finire tutto.

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vecchio

vecchio_wp

La voce rauca e amica,
quello sputar sentenze ottuse,
su tutto e niente,
quel cedere gentile,
al verso capriccioso di un bambino.

vecchio

D’impareggiabile memoria
sempre uguale,
dalle virtù temprate
in mille anni
e dai difetti
di una remota infanzia.

vecchio

Malato di una vita
dalla cornice d’oro di passato.
Triste, solo,
mai spolverato.
Io non ti vedo allegro.

vecchio

Non c’è saggezza, vero,
nella tua voce calma?
Non la regala il tempo.
Ma quanta verità ti porti addosso.

vecchio

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Vuoto a perdere

tappo

Ho conosciuto quell’odore quando ero volontario alla mensa dei poveri.
Li era come se venisse dai muri. Odore di alito di alcool.
Ma ora sono in treno.
Quando lo sento alzo la testa e vedo un signore sulla cinquantina, cioè prima vedo i suoi occhi: rossi, pieni, barcollanti.
Poi lui.
Mi guarda.
Forse ha capito che so. E’ così evidente!
Gli ubriachi fradici mi mettono sempre un po’ di insicurezza, come guidare nella nebbia.
Se conta qualcosa è vestito bene. Un abito grigio dell’Oviesse, una camicia bianca con righe nere. Niente cravatta.
Perché avrà bevuto?
Non arrivo a vedere le scarpe. I capelli sono anche loro bianchi e neri, pettinati il giorno prima.
Si beve per dolore o per non provarne più. Per una famiglia rotta, per trascinare una vita vuota.
Una volta ne conobbi uno.
Era stato lasciato dalla moglie e dai figli.
D’inverno aveva un tetto per dormire mentre per gli altri otto mesi solo una coperta e il cielo, che non dev’essere quel paradiso che diciamo tutti.
Non aveva un lavoro. Non voleva un lavoro. E – già – beveva per riempirsi di qualcosa, per consumarsi più in fretta di un castello di sabbia.
Quella volta capii che il vino, ok uccide, ma non gira la testa dall’altra parte.

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Due punti e parentesi

sorriso

Vanno li a tirare un po’ su la speranza.
Sono due pensionati tedeschi, marito e moglie, che ogni anno vanno per un mese in Ruanda.
Poi ogni anno tornano e ci mostrano le foto che hanno fatto e ci raccontano.
Le foto sono quasi tutte di bambini.
I racconti quasi tutti delle differenze tra noi e loro.
Anche se le cose le so già, a me stupisce sempre come il mondo possa essere diverso ad appena un volo di distanza.
Sali che se hai una macchia sul jeans la copri con il bagaglio a mano e scendi che puoi benissimo togliere scarpe e calzini e camminare per strada senza che nessuno dica niente, o se ne accorga.
Questi due signori sono i Kobele.
Ieri lei ci ha detto: a un certo punto uno di questi bambini mi si avvicina e mi chiede se posso portargli qualcosa da mangiare.
Noi stavamo per andare a cena con alcuni uomini del posto. Allora chiedo a questi: “Ma i bambini non cenano?”
“No” mi fa, “Hanno già mangiato questa mattina. Non è rimasto altro”.
– Così la volta dopo abbiamo comprato pane e banane per tutti. – e alla fine ha aggiunto – ci amavano tutti.
Per così poco!
In un altro posto erano un centinaio e, da un anno, avevano il rubinetto secco.
Per questo prendevano delle taniche gialle da dieci o venti litri, camminavano un’ora e le riempivano in una pozza marrone.
Della pozza c’era la foto. Era così marrone che non ci potevi nemmeno lavare i jeans macchiati.
Questo è uno dei motivi per cui li non si vive tanto ed è raro vedere gente con i capelli bianchi. Anzi rarissimo.
In un’altra foto c’era un bambino con una macchinina in mano.
Ci ho messo qualche secondo a capirlo, perché era proprio una cosa preistorica, un pezzo di legno con quattro cerchi attaccati con i chiodi.
A quel punto mi è venuto da pensare: chissà se li il telefono prende.
Perché i bambini che conosco io giocano già con l’Ipad con i giochi online. Davvero.
Li si annoierebbero.
Poi ho pensato al Bar.
– ok la fame, ma se uno vuole un caffè?
Poi ho pensato alla televisione.
Poi ho pensato che nella scelta avrei preferito un buon materasso.
Poi che andava bene anche una a molle, ma mai dormire per terra!
Poi ho pensato al gabinetto e mi sono fermato.

A un solo volo di distanza.

L’altra differenza è che lì sorridevano tutti.
Quando un bambino nero sorride si nota prima.
Quando cento bambini neri sorridono la foto è quasi più bianca che nera.
Ho pensato a quanto può valere un sorriso con lo stomaco vuoto.
Credo valga tantissimo.
Qui non si usa più molto, è più pratico fare due punti e parentesi.
Li non lo capirebbero mai.
– Ti dico che è più pratico, puoi sorridere anche se sei triste. Chi legge non lo sa mica.
-Come chi legge?
-Ok niente, è complicato, lasciamo stare.
Forse i Kobele non vanno lì solo per tirar su la speranza a quei bambini.

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mio nipotino Davide

angry2

– Guarda Davide, quello li è un camion.
Lo dico piano allungando le vocali. Caaamiiiooon.
– No zio, è un autocarro furgonato.
– Ah, hem, si, è vero. Lo zio lo… era passato troppo veloce!
Lui ha cinque anni.
E’ il mio nipotino. E’ il mio “nipotino”.
Quando era ancora nei quattro, un giorno mi corse incontro pieno di stupore per avvisarmi che:
– Zio, zio si sono estinti i dinosauri!
Quella volta nascosi l’ovetto kinder, che poi mangiai di nascosto, e incespicai nel dirgli:
– ooooh, mmmm mi dispiace!?
Oh mamma!
A cinque anni io andavo in giro nel cortile con il pisellino da fuori a fare la pipì nei tombini, lui sa come si chiama ogni cosa che abbia le ruote o i cingoli, conosce cinquantacinque tipi differenti di dinosauri e non oso immaginare cos’altro.
Da circa sei mesi ha iniziato a sostituire Cartonito con Focus.
Ha finito Angry Birds!
Si fa leggere, rileggere e rileggere, tutti i libri che gli regalano.
Imparando ogni cosa.
Correggendoti se sbagli a leggere una parola.
Cinque anni.
Ha più libri di me.
Sti bimbi crescono troppo in fretta.
L’anno prossimo andrà anche a scuola e… un attimo…
Che gli regalo? Un macbook?
No, no, trasloco. Anzi, ideona, mi fingo malato!

– Si si lo sapevo. E’ che sto poco bene, mi spiace di non essere venuto. Cosa mi vuoi passare Davide? No fa niente dai, e va bene. Ciao Davide!!!!
– Tanti auguri! Allora sei diventato più grande eh? Scusami se non sono potuto venire, ma ho la tonsillite, sono pieno di puntini rossi…
– Zio ma la tonsillite…
– Vero che non ce l’hai ancora il macbook?

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