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19 marzo

broken

Cos’è successo papà?

Eri seduto in cucina
davanti a quella tele
che non ha più tramsesso
partite di calcio
mentre correvi
verso il bordo di tutto

Cos’hai pensato papà?

Il giorno
dell’ultima sigaretta
dell’ultima pagina
quando hai detto
“andate voi”
“continuate voi”
senza dire parole

Perché papà?

Oggi che volevo chiamarti
oggi che ho letto
auguri dappertutto
e li ho ricevuti
per la prima volta
tu non ci sei?

Avresti detto:
“è la vita”
“che ci vuoi fare?”
ma io sento amaro
lo stesso
se penso
che la giostra si ferma
che la strada finisce col muro
che non sai
che mio figlio
ha i tuoi occhi

Se non posso più dire
papà

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mani giunte

god

Viviamo accelerati.
Tre ore
è un viaggio lungo.
Facciamo pensieri brevi
come sms.
Con un film
ridiamo e piangiamo
nella stessa ora.

Come riusciremo a capire quel Dio
che pregava notti intere.

Facciamo foto
per ricordare.
Sappiamo come sorridere
poco prima di un click.
Abbiamo sostituito al pensiero
le istantanee
al racconto
i filmati.

Come riusciremo a vedere quel Dio
che vietò ogni immagine di sè.

Dio è sempre più lontano,
ma la verità
è che siamo scappati noi.
Se solo riuscissimo
a fermarci,
per un solo giorno,
di riempire
la nostra scodella bucata.

Abbiamo bisogno di Dio,
di pace,
di fidarci,
come un’aquila
dell’aria per volare.

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Al mare dalle zie

bimbo spiaggia

Quando ero piccolo dicevo “hotel” solo quando dicevo “H di hotel”, perché non ci andavo mai.
Le vacanze le facevo a Scafati, nel sud, dalle zie. Che poi erano le zie di mia mamma, che erano come nonne per me.
Pregavano sempre. Con noi dicevano un rosario al giorno. Amen. Tutte le collane che avevano erano rosari. Tutti i quadri che avevano erano della Madonna tranne uno che era di Gesù e del suo sacro cuore.
Stavamo li due mesi. Al mare ci andavamo solo per un paio di settimane quando venivano i miei, il resto lo passavamo a casa.
La casa era vecchissima ed aveva ancora le crepe dell’ultimo terremoto. Erano le rughe della casa.
Io giocavo spesso in terrazzo. Alla fine del terrazzo c’erano delle scale che portavano a un piccolo cortile di cemento dove c’erano le galline, che strillavano ad ogni uovo, e un gallo che mi faceva paura.
Il mio gioco preferito erano i soldatini, ma se avessi potuto scegliere sarebbe stato il videogioco del bar. Ci giocavo quando avevo duecento lire, ma ci giocavo così poco che sarebbe stato meglio se mi compravo un ghiacciolo con quei soldi, perché morivo dopo appena un minuto ogni volta.
Non esistevano i telefonini con cui giocare. I telefoni erano tutti grigi e facevano solo Drin.
Avrei voluto avere una bicicletta oltre al videogioco del bar. Non so fino a dove sarei stato felice con quelle due cose!

Adesso faccio le vacanze vere con Sara, che vale cento videogiochi del bar, ma se mi chiedessero: “torneresti indietro?”, risponderei che non si può tornare indietro. Perché non mi andrebbe affatto di rispondere.
La verità è che con Sara ci tornerei subito, mille volte, ma non si può.

Una di quelle due zie era davvero speciale.
Hai presente quando vorresti pensara a un angelo e non sai cosa pensare?
Io lo so.
Quando ero piccolo zia Olga aveva già più rughe della casa e nemmeno tutti i denti.
Mia mamma diceva che era la sua zia preferita e che era buona.
Buona lo era al punto da sembrare bella, l’opposto di quello che accade oggi.
Forse era davvero bella, se importa qualcosa.
Peccato che il tempo, di nascosto, faccia finire tutto.

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Vuoto a perdere

tappo

Ho conosciuto quell’odore quando ero volontario alla mensa dei poveri.
Li era come se venisse dai muri. Odore di alito di alcool.
Ma ora sono in treno.
Quando lo sento alzo la testa e vedo un signore sulla cinquantina, cioè prima vedo i suoi occhi: rossi, pieni, barcollanti.
Poi lui.
Mi guarda.
Forse ha capito che so. E’ così evidente!
Gli ubriachi fradici mi mettono sempre un po’ di insicurezza, come guidare nella nebbia.
Se conta qualcosa è vestito bene. Un abito grigio dell’Oviesse, una camicia bianca con righe nere. Niente cravatta.
Perché avrà bevuto?
Non arrivo a vedere le scarpe. I capelli sono anche loro bianchi e neri, pettinati il giorno prima.
Si beve per dolore o per non provarne più. Per una famiglia rotta, per trascinare una vita vuota.
Una volta ne conobbi uno.
Era stato lasciato dalla moglie e dai figli.
D’inverno aveva un tetto per dormire mentre per gli altri otto mesi solo una coperta e il cielo, che non dev’essere quel paradiso che diciamo tutti.
Non aveva un lavoro. Non voleva un lavoro. E – già – beveva per riempirsi di qualcosa, per consumarsi più in fretta di un castello di sabbia.
Quella volta capii che il vino, ok uccide, ma non gira la testa dall’altra parte.

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chi ama non lo grida

AMORE 4
Se io fossi Dio,
farei inceppare tutti i fucili
e moltiplicherei i pani
per sempre.
Allungherei la primavera.
Regalerei un gioco
ai bambini che non ne hanno,
e una casa con i caloriferi
ai poveri che dormono sulle panchine.
Direi: “alzati e cammina”,
a tutti quelli che non possono.
Andrei in giro a cercare
tutti i Lazzaro del mondo,
come il mio compagno delle elementari
che è morto ieri,
come la sorella di mia zia
che è morta settimana scorsa,
e gli direi quella frase
che fa aprire gli occhi.
Tutti direbbero: “Dio c’è”
nessuno si dimenticherebbe,
nessuno risponderebbe “boh?”
Nessuno bestemmierebbe.

Ma non riuscirei ad amare tutti.

Allora mi chiedo come fa Dio
ad amare tutti,
e cosa sia amare.
– per davvero! –
Non solo una persona,
non solo finché non ti lascia.
Per sempre.
Anche quando non conviene più,

e perché Dio ha moltiplicato i pani
solo due volte,
e ha trovato un solo Lazzaro!
Perché a volte mi viene da dire: “boh?”
e dico che c’è, ma non si vede,
e so che la gente continuerà a bestemmiare
e i fucili a sparare.
Perché?

Forse l’amore
è quando hai il cuore pieno.
E’ quando puoi fare a meno
di ricevere un grazie,
o un bacio,
e stai bene lo stesso.
e sai dare lo stesso.

Oppure l’amore
è quando sei Dio
e potresti fare tutto,
compreso stampare soldi
e farli piovere dal cielo,
compreso guarire ogni malattia
(ogni malattia!),
da far piangere tutti di felicità.

E invece decidi di smettere
di essere Dio,
e vieni qui.
Sai bene che ti diranno
che sei un altro,
che ti dimenticheranno,
e quando tiri fuori Lazzaro dal sepolcro
dici: “togliete voi la pietra!”
e quando moltiplichi i pani
per i cinquemila,
dici: “portate voi le ceste alla gente!”
perché forse amare
non significa ricevere,
ma dare.
Così lo insegni:
Vuoi essere ricco,
diventa povero.
Vuoi essere grande,
diventa piccolo.

E quando ti dicono:
“se sei Dio scendi da quella croce!”

Resti su.
Chiudi gli occhi.
Dai tutto.

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Etty Hillesum

Sapeva che sarebbe salita su quel treno da settanta persone a vagone,
che non c’erano sedili,
che non c’erano finestre.
Sapeva che già in quel viaggio ne sarebbero morte molte,
di persone,
– se così si poteva ancora dire –
Sapeva quello che stava accadendo ad altri milioni del suo popolo,
che avevano già preso quel treno,
o che lo avrebbero preso insieme ai suoi genitori.
Che era quella la vita,
– se così si poteva ancora dire –
Che nessuno gli avrebbe più dato una scelta.
Che la strada aveva finito gli incroci.
Che avrebbe visto altri corpi magri sottovuoto,
altri occhi fissi, immobili,
spezzati.
Che non avrebbe mai più visto un bambino sorridere.
Che stavano strappando le anime dai corpi
come si strappano le unghie.
Che stava venendo giù il mondo,
senza fare rumore.

E che da qualunque lato fossero
– gli uomini –
che avessero la divisa e un mitra
o solo un colpo in pancia
erano tutti uguali.

E che la vita era Stupenda lo stesso.
Lo stesso.
Lo stesso,
nonostante tutto quel fumo!

Come un fiore che cresce nel fango.

a Etty Hillesum

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Pioveva tantissimo

La prima volta mi hai detto no
e poi una cosa tipo
che saremmo stati sempre amici.

Poi hai parlato mezz’ora ancora,
ma io ho smesso di sentire
perché c’era quel no davanti
ed era un no assordante.

Come potevo sentire?

Avevo tracciato i bordi
di quello che non stavi colorando,
avevo cucito insieme
quello che stavi staccando.

Fuori era buio pesto
e pioveva come nei film
di hollywood,
mentre ti riportavo a casa.

Tu eri bella
come se fosse un giorno di sole,
anzi no,
eri più bella ancora.

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