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mani giunte

god

Viviamo accelerati.
Tre ore
è un viaggio lungo.
Facciamo pensieri brevi
come sms.
Con un film
ridiamo e piangiamo
nella stessa ora.

Come riusciremo a capire quel Dio
che pregava notti intere.

Facciamo foto
per ricordare.
Sappiamo come sorridere
poco prima di un click.
Abbiamo sostituito al pensiero
le istantanee
al racconto
i filmati.

Come riusciremo a vedere quel Dio
che vietò ogni immagine di sè.

Dio è sempre più lontano,
ma la verità
è che siamo scappati noi.
Se solo riuscissimo
a fermarci,
per un solo giorno,
di riempire
la nostra scodella bucata.

Abbiamo bisogno di Dio,
di pace,
di fidarci,
come un’aquila
dell’aria per volare.

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Etty Hillesum

Sapeva che sarebbe salita su quel treno da settanta persone a vagone,
che non c’erano sedili,
che non c’erano finestre.
Sapeva che già in quel viaggio ne sarebbero morte molte,
di persone,
– se così si poteva ancora dire –
Sapeva quello che stava accadendo ad altri milioni del suo popolo,
che avevano già preso quel treno,
o che lo avrebbero preso insieme ai suoi genitori.
Che era quella la vita,
– se così si poteva ancora dire –
Che nessuno gli avrebbe più dato una scelta.
Che la strada aveva finito gli incroci.
Che avrebbe visto altri corpi magri sottovuoto,
altri occhi fissi, immobili,
spezzati.
Che non avrebbe mai più visto un bambino sorridere.
Che stavano strappando le anime dai corpi
come si strappano le unghie.
Che stava venendo giù il mondo,
senza fare rumore.

E che da qualunque lato fossero
– gli uomini –
che avessero la divisa e un mitra
o solo un colpo in pancia
erano tutti uguali.

E che la vita era Stupenda lo stesso.
Lo stesso.
Lo stesso,
nonostante tutto quel fumo!

Come un fiore che cresce nel fango.

a Etty Hillesum

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Rosso che non si vede

Siamo alla tavola della cucina. Sono le otto di sera. Nella stanza accanto sua figlia gioca con le nostre due nipotine che oggi si fermano a dormire da noi.
Veronica legge la bibbia da qualche mese, non per l’insistenza di qualcuno, né per una di quelle inutili forme di curiosità da settimana enigmistica, ma per cercare. Per cercare come chi sa che gli manca qualcosa.
E’ li seduta all’altro lato della tavola quando mi chiede:
– Perché la gente soffre?
Mi piace questa domanda, soprattutto mi piace che sia una domanda e non già l’evidenza che sia tutto inutile. Come è spesso.
Dalla sala viene il baccano delle bambine insieme alle note di una sinfonia per pianoforte. Ma si può parlare senza troppo disturbo.
Rimango un po’ a pensare, poi gli dico:
-Perché è inevitabile. Come sarà inevitabile che quando tua figlia sarà grande dovrai lasciarla libera anche di mettersi col ragazzo che a te non va.
Se mi avesse chiesto quale è il costo dell’amore, gli avrei detto “la libertà”.
L’amore costa la libertà.
Quale libertà, quanta libertà?
La risposta è una sola ma non è affatto semplice.
Sento il limite delle parole che sono buone per descrivere le solite cose: il tempo, l’ultimo film visto, la mangiata fatta il giorno prima, ma che trovano sempre l’ostacolo dell’esperienza diretta che a volte manca.
Come fai a dire a un cieco cos’è il rosso?
Per farmi capire uso le parole di Gesù che lodò il Padre per aver nascosto le cose importanti ai saggi e agli intelligenti e per averle rivelate ai più piccoli. Come dire che la bibbia è un libro che parla del rosso ai ciechi.
Quasi sempre.
Veronica ascolta con interesse. Veronica è una mamma come ce ne sono poche. Lo so perché il diario aperto degli adulti sono i loro figli e perché sorride spesso.
– Essere una buona mamma vale capire la bibbia.
Gli dico più o meno queste parole e poi che Dio non aveva scelta.
A costo di essere ignorato.
A costo di passare per insensibile.
A costo di essere rosso per ciechi.
Poteva evitare tutto il dolore di questo mondo e invece ha unito a quello il suo, morendo allo stesso modo, soffrendo per la perdita del suo unico figlio.
Noi non potevamo volare fino al cielo, così lui rinunciò alle ali.
Per questo oggi non puoi alzare il braccio e dire “E’ li!”.

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occhilucidi

A Terry, che oggi non c’è perché tre giorni fa è morta per colpa di un ictus, anche se aveva solo trentun’anni.

Immagino abbia perso i sensi all’improvviso.
Forse si è acasciata su quel treno in corsa,
tra decine di persone accalcate.
Sicuramente qualcuno ha subito cercato di aiutarla.
Hanno chiamato i soccorsi.
Si è fatto un cerchio intotorno.
Ma lei aveva chiuso gli occhi per l’ultima volta.
Venti minuti dopo è arrivata l’autoambulanza.
Ma lei aveva chiuso gli occhi per l’ultima volta.

E’ in questi momenti che…

Due giorni dopo un collega mi ha chiesto:
– dove era il tuo dio?

Qualche anno fa persi un’amica.
Quella volta la leucemia le chiuse gli occhi lentamente,
facendo capire a tutti quello che sarebbe successo.
Anche se nessuno voleva capirlo,
anche se tutti lo negavamo.
Piccola, magra,
senza più capelli e gialla,
per via delle medicine.
Chiuse gli occhi.
I nostri diventarono lucidi.
Fu allora che mi feci quella domanda,
senza che nessuno me la facesse.
– Dove sei stato?
– Allora è vero che è tutto finto,
che non ci sei.

Poi col tempo…

Quando Gesù era in croce,
col sangue che colorava tutta la croce,
alcuni gli dissero: “se sei dio scendi di li e ti crederemo”.
Perché nessuno era mai sceso da una croce.
Lui non scese e rimase li.
Loro non credettero.
Dio non c’è quando lo cerchi.
Loro pensavano che dio non poteva morire,
meno che meno che poteva morire così.
Loro pensavano che dio era fortissimo.
Che avrebbe risolto tutti i problemi e soprattutto i loro.
Lui morì in croce.
Loro pensarono: ecco abbiamo ragione.
Dio non c’è.
…oppure stava morendo.

Immagino avesse gli occhi lucidi,
poco prima di chiuderli.

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tutti giù per terra!

– e se l’italia andasse gambe all’aria?
– un tonfo come quello grecia? – no – se ne facesse uno molto ma molto più grande?

Milano Cadorna. La scala che scende alla metro è piena di persone. A guardarla dall’alto non vedresti nemmeno uno scalino ma solo teste, cappotti, giacche, borse. Io sono lì nel mezzo. Muovo i piedi seguendo il mio turno. Ho in mano un giornale che ho preso da poco. Appena termino la discesa, apro e leggo. L’italia è ancora in prima pagina, lei e il suo spread.
– Siamo messi così male che non riusciamo nemmeno più a nasconderlo.
Salgo sulla metro per il lavoro. Cerco un posto vicino alla parete sul fondo della carrozza, mi appoggio di schiena e continuo a leggere.
Una delle notizie parla della crisi dei trasporti. Mancaono i soldi e potrebbero essere tagliate molte corse o raddoppiati i costi dei pedaggi.
La metro corre sottoterra zeppa di gente.
Il giornale dice una cosa, la realtà ancora un’altra; ma forse manca poco all’incontro.
– Chissà.
Ho un po’ di paura e tanta curiosità. Ho paura per le persone che vivono del necessario, senza vacanze in giro per il mondo, senza l’auto per il week end e quella per il lavoro.
Ho la curiosità di vedere dove andrà questa società così attaccata alle cose.
Ricordo del terremoto in abruzzo e dell’intervista a un ragazzo che tra tutti i mali della tendopoli ci teneva a dire quanto fosse stato bello scoprire di stare tutti insieme a mangiare.
Mi fermo un attimo. In mente mi tornano i racconti di mamma: sempre i soldi contati, un solo vestito buono, la stessa bambola ricucita e regalata ogni natale, il gelato solo quando capitava, e lei che mi racconta questo mancare di tutto senza nemmeno un po’ di tristezza.
Forse non tutti credevano che c’era dio, ma la spiritualità era li, nel sapere che ti mancava qualcosa.
Adesso abbiamo riempito tutte le caselle, siamo ricchi, ma se tutto crolla per davvero non ci rimane nemmeno quello.
Chissà come andrà questa volta.
Incrocio le dita.

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