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a Milano

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A Milano la gente corre anche se pensa di camminare.

Sul treno di questa mattina un signore con una borsa da quattrocento euro si lamentava di un lavoro partito senza periodo di test.
E’ incredibile che siano partiti senza periodo di test! – ha detto
Aveva le unghie curate e un orologio che se ci sei seduto davanti lo noti per forza.
Aveva una camicia bianca e calzini grigi, un abito d’affari e la barba di un centimetro esatto, nera e bianca.
Ho chiesto di usare il bar-code a quattordici caratteri e mi hanno detto che per loro era troppo! – ha aggiunto lamentandosi.
Chi gli era accanto annuiva. Forse per via dell’orologio.
Chissà da quanto non fa un giorno senza smartphone – ho pensato – o senza mail, o senza computer.
Lo ho pensato perché fino al giorno prima ero a Tenerife a trovare i genitori di mia moglie.
Lì si vive anche senza.
E poi ti accorgi che forse è il contrario, cioè che la vita è quando stai senza.
Non per forza senza computer, telefono o mail, ma senza l’affanno di quello cose.
Quando cammini.
Il signore con la barba precisa è sceso alla fermata prima della mia.
Aveva in mano l’ultimo samsung, quello che sui blog si trova cliccando su “top di gamma”, quello che costa come una settimana di albergo al mare.
Forse stava scrivendo alla moglie che gli voleva bene.
(Ma si può voler bene a una moglie nelle discese dal treno?)
O forse stava scrivendo che stava arrivando,
di preparare chissà cosa
e che è da pazzi senza periodo di test.

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Latte e polvere

Metro: otto e cinquanta. Quello davanti a me,  un capellone con una barba di qualche giorno, si sta scaccolando beatamente, manco fosse in macchina al semaforo. Affonda le dita in miniera, estrae le pepite e se le rigira tra le dita per dargli una forma sferica. Poi si passa la mano – si si la stessa mano!  – tra i capelli. Accanto una signora legge con più attenzione di quanta ne servirebbe, forse per evitare la scena alla sua destra. Più in la ancora uno scrive o gioca con il cellulare. Chiude la fila una ragazza con un kindle.

Otto e cinquantacinque. La metro esce all’aria aperta. Dai finestrini entra luce al neon. E’ per via della solita nebbia milanese color latte e polvere. Quel poco che si vede sembra una cartolina della luna ma senza bandiera americana.

Otto e cinquantasette. Assago-milanofiori, la mia fermata. Scendono uno su tre. Resta su il capellone caccoloso. Il tema però non cambia di molto. Appena fuori sento odore di letame – faccio le scale mobili e esco dal tornello con un collega del mio stesso piano. Guardo l’orologio. Gli faccio: senti anche tu quest’odore? – Si – mi fa – è merda, avranno concimato. – Poi cammina fissando il suo samsung galaxy s2, dal quale cerca di scaricare la posta. Si lamenta della connessione lenta e mi chiede qualcosa su un simbolo che gli appare in alto sul galaxy.

– Merda hanno concimato, proprio oggi.

Il mio ufficio è al sesto piano. Salgo sei piani di nebbia col collega e con la sua posta in scaricamento. Se non ricordo male scambiamo ancora due battute, ma può essere anche di no.

-Il mio ufficio mi piace, il mio lavoro è quasi quello che sognavo, certo che non mi lamento!
Tolgo la borsa dalla mia spalla e la metto a penzolare su quella della sedia. Accendo il computer e vado a bere il primo caffè.
Saluto alcune colleghe che incrocio tra la mia scrivania e il caffè.
– Non è nemmeno faticoso, mia sorella dice sempre che ho le mani morbide come il culo di un bambino perché non lavoro in fabbrica come suo marito che ha le mani che ci grattiggi il parmiggiano.
– Ok ok sto via dodici ore per volta ma è normale qui. Nessuno ti tira dietro la busta paga.

Mi siedo con ancora mezzo caffè della macchinetta che non sa gran che di caffè. Ne mancano undici (di ore). Tra undici starò abbracciando Sara che mi chiederà come è andata.

– Tutto bene amore mio. Tutto bene.

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Lavoro dunque sono (si ma cosa?)

Sette e quindici. Lei suona, io mi do altri cinque minuti. Che diventano dieci, che diventano quindici.
No, non odio la mattina, anche se quella ideale passa per metà sotto le coperte, è che…
Mi alzo, mi vesto a memoria. Scendo le scale. Cerco nel frigo poi nella credenza finché non metto insieme una colazione.
La farei sempre al bar sotto casa ma oggi non è la mattina ideale.
Mi lavo. Sara nel frattempo mi raggiunge in cucina con gli occhi che ancora dormono.
Prendo la borsa nera dell’ufficio e la riempio con i tapperware.
A volte prendo una manciata di biscotti – la fame.
Saluto Sara. Esco. C’è fresco. Faccio dieci metri e mi giro per salutarla ancora. Faccio venti metri e ripeto la stessa cosa, finché giro l’angolo e passo davanti al bar.
Quando ritorno a casa quasi sempre è già buio, tranne nei giorni lunghi d’estate. In mezzo, tra l’uscire e il rientrare sono stato al lavoro.
Se dopo un anno devo ripensare a tutte quelle ore di lavoro ho pensieri corti. Infatti quando mi si chiede del lavoro dico sempre cose brevi, tipo:
– si tutto bene.
oppure:
– si tutto come al solito.
Magari sto rispondendo di un anno intero, ma lo faccio con una sola frase.
Se poi mi chiedono dell’ultimo week-end, bé li… lì ci posso stare svariati minuti.
Nei week-end faccio sempre tante cose interessanti, tra cui, quasi sempre la domenica mattina, faccio la mia mattina ideale.
Ma se penso al lavoro… bianco. Ci passo cinque giorni su sette, ma… bianco.
Credo di aver scoperto perché gli anni a un certo punto girano più in fretta. Deve essere di sicuro per questo.
-Ma che lavoro fai?
-Lavoro al computer.
-Si ma cosa.
-Faccio programmi e – insomma – è difficile da spiegare.
-Ah.
Cinque su sette. Dalla mattina quando il sole non c’è ancora alla sera quando quasi sempre non c’è più. Ci arrivo in treno e in metro in un viaggio enorme.
-Ti piace il tuo lavoro?
-Si tutto bene… cioè… sono numeri, il mio lavoro sono solo numeri. Tu ami il tuo numero di telefono? o di scarpa?
-Ah
Che cose che si è inventato l’uomo! Si, perché questi lavori sono invenzioni.
Undici su dodici. Una settimana di stop a natale e tre ad agosto, qualche altra pausa qua e la e poi tutta una riga continua, tutta una tirata. Da togliere il fiato.
Però la cosa più comica di tutte è la mia più grande preoccupazione:
perdere il lavoro!

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Aspettando le infradito


Quasi meno due ore.
In ufficio c’è aria di pre-vacanza. Quella di quando manca proprio poco. Ci sono tante felicità pronte.
Per me che me ne sto sempre qui seduto davanti a due monitor mi sembra difficile pensare che tra poco partirò per mettermi davanti il mare. Voglio dire, ci provo, ma non ci riesco per quanto è bello.
Mi alzo a far pausa con il mio collega dirimpettaio di scrivania. Camminiamo allegri e spensierati verso l’area macchinette caffè-bevande-stuzzichini.
Mi fa: io quella non riuscirei mai a farmela.
Si riferisca a una collega top, una che ha un ufficio tutto suo, che ha sotto un po’ di persone, che può tranquillamente guardarsi le olimpiadi al computer e commentare ad alta voce e via dicendo. La “fattibilità” è il suo indice di valutazione universale.
– Tu te la faresti?
– No, è fuori discussione.
Anche per me, che ho più indici di valutazione, ci sono dei limiti. La collega top è troppo sbilanciata verso il comando e quasi zero verso la femminilità.
Arriviamo all’area pausa. Ci sediamo. Mi offre un m&ns, o come caspita si chiamano, parliamo un po’ della borsa che sta crollando ancora, giusto per ricordarci in che razza di mondo siamo, ma chissenefrega adesso.

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buonanotte

– Si, si, tutto bene.
Esco dall’ufficio tardi.
Arrivo alla banchina della metro che non c’è quasi nessuno.
Salgo e mi siedo.
Gioco tutto il tempo a una cosa stupida sul mio telefonino, una specie di tetris.
Scendo e vado all’altro treno che è già sul binario.
Gioco ancora perché ho la testa troppo piena del lavoro e mi va di pensare solo a come mettere in fila tre pallini dello stesso colore.
Arrivo a casa passando per le stradine deserte del mio paese dormitorio.
– Ciao amore – bacio – come è andata oggi?
– Bene, solito, tanto lavoro ma bene.
Lei ha già mangiato. Vado in cucina da solo.
Scaldo la zuppa verde al microonde.
Con una mano riempio il cucchiaio di verde, con l’altra gioco ancora.
Quando il piatto è vuoto, la raggiungo a guardare un programma comico, senza mai ridere.
– Ma che roba è questa?
Ridono solo loro.
Spengo.
Andiamo a dormire.
Faccio un’ultima partita.
– Amore ma giochi sempre?
– Un minuto e finisco.
Macché trenta secondi e perdo. Nemmeno al terzo livello!
Mi giro dal suo lato, l’abbraccio e …
– Buona notte amore.
Anzi no Game over

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il fruttivendolo

E’ un po’ che sogno di fare il fruttivendolo. Qualche volta l’ho anche detto quando mi hanno chiesto: “ma tu che lavoro vorresti fare?” – “il fruttivendolo”
L’ho detto e sono sicuro che tutti pensavano che stavo scherzando. Ma io non scherzavo.
Lavoro davanti a due monitor, faccio il programmatore. Sto tutto il giorno a scrivere “if then else” a vedere se i numeri tornano, se i grafici che hanno le barre che hanno gli stessi nomi hanno anche gli stessi colori, a contare i click che le persone fanno sui siti e tutte cose di questo tipo.
Ogni tanto mi alzo e vado alle macchinette merendine-acqua-caffè con i colleghi, parliamo dei figli che vanno all’asilo, della macchina che parcheggia da sola, di tasse, di come si chiama quella montagna laggiù, diciamo “oggi questo caffè fa proprio schifo” e a volte lo buttiamo.
Quando parlo con le persone al telefono ci diciamo cose del tipo “hai controllato alla riga venti? a me dice 15.134, ma sono euro?” – “aspetta che apro excel e controllo”
A volte le cose non tornano e sto lì io e il computer che quasi litighiamo.
Io penso che quasi tutti i lavori moderni siano così. Oramai non tocchiamo più cose vere, maneggiamo concetti astratti, usiamo termini inglesi per indicare cose che non ci renderanno mai più felici o più tristi, ma che servono per un sistema in cui tutto è astratto, virtuale.
Il più delle volte il nostro lavoro è un pezzettino, di un pezzettino, di un ingranaggio, di una macchina che produce numeri.
Meglio di una volta che si lavorava rompendosi la schiena? Forse si, ma c’è solo questa scelta: rompersi la testa o la schiena?
Questo progresso è strano. Per questo sono poche le cose che salvo, come il fruttivendolo…
Lui parla con le persone di cose vere, tocca cose vere, i suoi problemi sono la frutta marcia o quella senza gusto, che sono problemi veri.
Non ti viene mal di occhi a guardar frutta tutto il giorno. Non inquini un bel niente se butti una cassetta di pere marce.
Siamo fatti per queste cose, non per le altre.

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