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19 marzo

broken

Cos’è successo papà?

Eri seduto in cucina
davanti a quella tele
che non ha più tramsesso
partite di calcio
mentre correvi
verso il bordo di tutto

Cos’hai pensato papà?

Il giorno
dell’ultima sigaretta
dell’ultima pagina
quando hai detto
“andate voi”
“continuate voi”
senza dire parole

Perché papà?

Oggi che volevo chiamarti
oggi che ho letto
auguri dappertutto
e li ho ricevuti
per la prima volta
tu non ci sei?

Avresti detto:
“è la vita”
“che ci vuoi fare?”
ma io sento amaro
lo stesso
se penso
che la giostra si ferma
che la strada finisce col muro
che non sai
che mio figlio
ha i tuoi occhi

Se non posso più dire
papà

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papà


Papà mio è quasi vecchio,
lui dice che è vecchio.
Io penso che non c’è nulla al mondo che vorrei capire
all’infuori delle persone.
Gli anni, dopo un certo numero,
vanno all’incontrario.
Papà mio ne ha più di sessanta,
mi sembra,
è tornato bambino.
Lui brontola,
come uno stomaco che brontola
e gira per casa dicendo sempre le cose del giorno prima.
E’ incredibile
– papà lo so che devo chiudere il cancello
– che devo ritornare per le dodici e un quarto
– papà so tutto oramai.
– Però la sai una cosa?
– Ricordamelo ancora.

Perché le persone col tempo
diventano più buone?
Giuro che non lo so,
anche se è proprio così.

Papà di sera
se ne resta in cucina,
accende una sigaretta,
si siede, guarda e fuma.
Guarda alla televisione qualche programma
che parla di pallone
perché l’italia è una penisola di calciatori,
e fuma,
perché così le ore vanno giù meglio.

Papà di giorno porta i figli al treno,
cucina alla buona,
guarda la tele,
poi non so.
Le sue giornate escono tiepide
dalla fotocopiatrice
poi i capelli diventano bianchi,
i figli vanno a scuola e al lavoro
e – per la miseria –
non c’è mai tempo di stare dietro
al mondo che gira!
– non è così papà?

Lui gira, tu resti fermo,
con una sigaretta in bocca
a guardare gli uomini pazzi del telegiornale,
mentre il fumo si alza e il cuore sussurra
– va bene così! –
i giorni passano,
tu non mi hai mai detto niente
del tuo passato,
di quando eri bambino
e di quando non eri più bambino.
Io avrei voluto sapere.
Ma adesso che mi basta guardarti
per capire cos’hai,
penso che mi importa poco.
– va bene così –
ancora una volta
anche quando non va bene un accidente

Papà mio la vita non la scrive,
la guarda davanti a un televisore e un piatto.
A cena, nell’ora della famiglia,
beve il vino del supermercato
e litiga con le parole per l’ingiustizia
di una scuola finita presto.

Parole di vent’anni fa,
consigli sbiaditi.
– Chiudo gli occhi –
Penso che dentro ogni frase ci sia un segreto
– mai più parole non sentite –
una frase un pezzo di foto,
sempre.
Anche quando le parole dicono altro.
Non ci sono storie inventate,
non ce ne sono mai state.
Papà mio lo sa.

Un – due – tre – stella
poi nascondino,
quand’ero bambino papà lavorava,
io giocavo, lui lavorava
io studiavo, lui lavorava
lui andava in pensione, io lavoravo
– così –
le nostre vite si sono mischiate
– inevitabilmente –
un bambino cresce
e si porta dentro lo spirito
di tutta una famiglia
e di un secolo di vite.
E’ un odore che conosco bene,
è un sapore che ho sempre sulla lingua,
un ronzio nelle orecchie,
una sagoma allo specchio,
come le prime sillabe
che non si scordano più:
-ma-ma-
-ma-ma
-pa-pà-

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