Archivi tag: pensieri

Al mare dalle zie

bimbo spiaggia

Quando ero piccolo dicevo “hotel” solo quando dicevo “H di hotel”, perché non ci andavo mai.
Le vacanze le facevo a Scafati, nel sud, dalle zie. Che poi erano le zie di mia mamma, che erano come nonne per me.
Pregavano sempre. Con noi dicevano un rosario al giorno. Amen. Tutte le collane che avevano erano rosari. Tutti i quadri che avevano erano della Madonna tranne uno che era di Gesù e del suo sacro cuore.
Stavamo li due mesi. Al mare ci andavamo solo per un paio di settimane quando venivano i miei, il resto lo passavamo a casa.
La casa era vecchissima ed aveva ancora le crepe dell’ultimo terremoto. Erano le rughe della casa.
Io giocavo spesso in terrazzo. Alla fine del terrazzo c’erano delle scale che portavano a un piccolo cortile di cemento dove c’erano le galline, che strillavano ad ogni uovo, e un gallo che mi faceva paura.
Il mio gioco preferito erano i soldatini, ma se avessi potuto scegliere sarebbe stato il videogioco del bar. Ci giocavo quando avevo duecento lire, ma ci giocavo così poco che sarebbe stato meglio se mi compravo un ghiacciolo con quei soldi, perché morivo dopo appena un minuto ogni volta.
Non esistevano i telefonini con cui giocare. I telefoni erano tutti grigi e facevano solo Drin.
Avrei voluto avere una bicicletta oltre al videogioco del bar. Non so fino a dove sarei stato felice con quelle due cose!

Adesso faccio le vacanze vere con Sara, che vale cento videogiochi del bar, ma se mi chiedessero: “torneresti indietro?”, risponderei che non si può tornare indietro. Perché non mi andrebbe affatto di rispondere.
La verità è che con Sara ci tornerei subito, mille volte, ma non si può.

Una di quelle due zie era davvero speciale.
Hai presente quando vorresti pensara a un angelo e non sai cosa pensare?
Io lo so.
Quando ero piccolo zia Olga aveva già più rughe della casa e nemmeno tutti i denti.
Mia mamma diceva che era la sua zia preferita e che era buona.
Buona lo era al punto da sembrare bella, l’opposto di quello che accade oggi.
Forse era davvero bella, se importa qualcosa.
Peccato che il tempo, di nascosto, faccia finire tutto.

Annunci

10 commenti

Archiviato in Vita

vecchio

vecchio_wp

La voce rauca e amica,
quello sputar sentenze ottuse,
su tutto e niente,
quel cedere gentile,
al verso capriccioso di un bambino.

vecchio

D’impareggiabile memoria
sempre uguale,
dalle virtù temprate
in mille anni
e dai difetti
di una remota infanzia.

vecchio

Malato di una vita
dalla cornice d’oro di passato.
Triste, solo,
mai spolverato.
Io non ti vedo allegro.

vecchio

Non c’è saggezza, vero,
nella tua voce calma?
Non la regala il tempo.
Ma quanta verità ti porti addosso.

vecchio

1 Commento

Archiviato in Poesie, Vita

Vuoto a perdere

tappo

Ho conosciuto quell’odore quando ero volontario alla mensa dei poveri.
Li era come se venisse dai muri. Odore di alito di alcool.
Ma ora sono in treno.
Quando lo sento alzo la testa e vedo un signore sulla cinquantina, cioè prima vedo i suoi occhi: rossi, pieni, barcollanti.
Poi lui.
Mi guarda.
Forse ha capito che so. E’ così evidente!
Gli ubriachi fradici mi mettono sempre un po’ di insicurezza, come guidare nella nebbia.
Se conta qualcosa è vestito bene. Un abito grigio dell’Oviesse, una camicia bianca con righe nere. Niente cravatta.
Perché avrà bevuto?
Non arrivo a vedere le scarpe. I capelli sono anche loro bianchi e neri, pettinati il giorno prima.
Si beve per dolore o per non provarne più. Per una famiglia rotta, per trascinare una vita vuota.
Una volta ne conobbi uno.
Era stato lasciato dalla moglie e dai figli.
D’inverno aveva un tetto per dormire mentre per gli altri otto mesi solo una coperta e il cielo, che non dev’essere quel paradiso che diciamo tutti.
Non aveva un lavoro. Non voleva un lavoro. E – già – beveva per riempirsi di qualcosa, per consumarsi più in fretta di un castello di sabbia.
Quella volta capii che il vino, ok uccide, ma non gira la testa dall’altra parte.

4 commenti

Archiviato in Vita

Due punti e parentesi

sorriso

Vanno li a tirare un po’ su la speranza.
Sono due pensionati tedeschi, marito e moglie, che ogni anno vanno per un mese in Ruanda.
Poi ogni anno tornano e ci mostrano le foto che hanno fatto e ci raccontano.
Le foto sono quasi tutte di bambini.
I racconti quasi tutti delle differenze tra noi e loro.
Anche se le cose le so già, a me stupisce sempre come il mondo possa essere diverso ad appena un volo di distanza.
Sali che se hai una macchia sul jeans la copri con il bagaglio a mano e scendi che puoi benissimo togliere scarpe e calzini e camminare per strada senza che nessuno dica niente, o se ne accorga.
Questi due signori sono i Kobele.
Ieri lei ci ha detto: a un certo punto uno di questi bambini mi si avvicina e mi chiede se posso portargli qualcosa da mangiare.
Noi stavamo per andare a cena con alcuni uomini del posto. Allora chiedo a questi: “Ma i bambini non cenano?”
“No” mi fa, “Hanno già mangiato questa mattina. Non è rimasto altro”.
– Così la volta dopo abbiamo comprato pane e banane per tutti. – e alla fine ha aggiunto – ci amavano tutti.
Per così poco!
In un altro posto erano un centinaio e, da un anno, avevano il rubinetto secco.
Per questo prendevano delle taniche gialle da dieci o venti litri, camminavano un’ora e le riempivano in una pozza marrone.
Della pozza c’era la foto. Era così marrone che non ci potevi nemmeno lavare i jeans macchiati.
Questo è uno dei motivi per cui li non si vive tanto ed è raro vedere gente con i capelli bianchi. Anzi rarissimo.
In un’altra foto c’era un bambino con una macchinina in mano.
Ci ho messo qualche secondo a capirlo, perché era proprio una cosa preistorica, un pezzo di legno con quattro cerchi attaccati con i chiodi.
A quel punto mi è venuto da pensare: chissà se li il telefono prende.
Perché i bambini che conosco io giocano già con l’Ipad con i giochi online. Davvero.
Li si annoierebbero.
Poi ho pensato al Bar.
– ok la fame, ma se uno vuole un caffè?
Poi ho pensato alla televisione.
Poi ho pensato che nella scelta avrei preferito un buon materasso.
Poi che andava bene anche una a molle, ma mai dormire per terra!
Poi ho pensato al gabinetto e mi sono fermato.

A un solo volo di distanza.

L’altra differenza è che lì sorridevano tutti.
Quando un bambino nero sorride si nota prima.
Quando cento bambini neri sorridono la foto è quasi più bianca che nera.
Ho pensato a quanto può valere un sorriso con lo stomaco vuoto.
Credo valga tantissimo.
Qui non si usa più molto, è più pratico fare due punti e parentesi.
Li non lo capirebbero mai.
– Ti dico che è più pratico, puoi sorridere anche se sei triste. Chi legge non lo sa mica.
-Come chi legge?
-Ok niente, è complicato, lasciamo stare.
Forse i Kobele non vanno lì solo per tirar su la speranza a quei bambini.

1 Commento

Archiviato in il tesoro nascosto

chi ama non lo grida

AMORE 4
Se io fossi Dio,
farei inceppare tutti i fucili
e moltiplicherei i pani
per sempre.
Allungherei la primavera.
Regalerei un gioco
ai bambini che non ne hanno,
e una casa con i caloriferi
ai poveri che dormono sulle panchine.
Direi: “alzati e cammina”,
a tutti quelli che non possono.
Andrei in giro a cercare
tutti i Lazzaro del mondo,
come il mio compagno delle elementari
che è morto ieri,
come la sorella di mia zia
che è morta settimana scorsa,
e gli direi quella frase
che fa aprire gli occhi.
Tutti direbbero: “Dio c’è”
nessuno si dimenticherebbe,
nessuno risponderebbe “boh?”
Nessuno bestemmierebbe.

Ma non riuscirei ad amare tutti.

Allora mi chiedo come fa Dio
ad amare tutti,
e cosa sia amare.
– per davvero! –
Non solo una persona,
non solo finché non ti lascia.
Per sempre.
Anche quando non conviene più,

e perché Dio ha moltiplicato i pani
solo due volte,
e ha trovato un solo Lazzaro!
Perché a volte mi viene da dire: “boh?”
e dico che c’è, ma non si vede,
e so che la gente continuerà a bestemmiare
e i fucili a sparare.
Perché?

Forse l’amore
è quando hai il cuore pieno.
E’ quando puoi fare a meno
di ricevere un grazie,
o un bacio,
e stai bene lo stesso.
e sai dare lo stesso.

Oppure l’amore
è quando sei Dio
e potresti fare tutto,
compreso stampare soldi
e farli piovere dal cielo,
compreso guarire ogni malattia
(ogni malattia!),
da far piangere tutti di felicità.

E invece decidi di smettere
di essere Dio,
e vieni qui.
Sai bene che ti diranno
che sei un altro,
che ti dimenticheranno,
e quando tiri fuori Lazzaro dal sepolcro
dici: “togliete voi la pietra!”
e quando moltiplichi i pani
per i cinquemila,
dici: “portate voi le ceste alla gente!”
perché forse amare
non significa ricevere,
ma dare.
Così lo insegni:
Vuoi essere ricco,
diventa povero.
Vuoi essere grande,
diventa piccolo.

E quando ti dicono:
“se sei Dio scendi da quella croce!”

Resti su.
Chiudi gli occhi.
Dai tutto.

Lascia un commento

Archiviato in fede, Vita

panni stesi

Panni StesiVorrei ascoltare un po’ di musica, ma ho il telefonino scarico.
Sono seduto sulle scale di uno di quei vagoni a due piani, uno di quelli che le prime volte la gente si girava a guardare.
Mentre ora invece…
Ci sono tante di quelle persone in piedi, che mi sento fortunato ad avere uno scalino tutto per me.
Ascolto il rumore del treno: stlang-stlang!
Mi guardo un po’ intorno.
Guardo una ragazza lontana una decina di metri che parla come in un film muto. Muove la bocca e: – Stlangstlang! Stlangstlang! – Muove la bocca e fissa la persona che ha davanti.
Ascolto un ragazzo sulla trentina con un bomber verde ed con una strane “erra” che sembra che rotola quando la dice.
Guardo una ragazza avanti a me, appoggiata a uno di quei pali che servono per tenersi quando il treno frena. Si sta tenendo anche se il treno non sta frenando – anzi – va talmente lento!
Sta parlando al telefonino, non so di che.
E’ un sony xperia nero.
Ha una borsa marrone.
Il treno non va nemmeno più lento, si è fermato. Ma senza frenare, per inerzia.
E così siamo qui, in mezzo a non so quali paesi, con i finestrini già appannati dagli aliti, con la voglia di arrivare a casa.
La gente non sospira nemmeno più se il treno sta fermo nel nulla, e non sorride quando riparte o quando corre che sembra un aereo che decolla. Sono tutti pendolari professionisti, bene o male.
Ora il treno riparte.
Ora si ferma.
Saronno.
Scende la ragazza con la borsa marrone ma non quella del film muto. Ne scendono anche altre tre ed io devo alzarmi per farle passare.
Di una sento il profumo, ma non vedo la faccia. So che ha i capelli neri.
Ancora treno.
Stlangstlang!
Rovello.
Rovellasca.
Le persone in piedi ora si potrebbero contare con una mano.
Vorrei arrivare a casa prima, ma non adesso, sempre.
Vorrei un teletrasporto, o un telelavoro, o un lavoro vicino casa, se non fosse che il mondo va all’incontrario, che comanda il lavoro, mica io. Ma mi lamento proprio ora che manca solo una alla mia! Che testa, una fermata e arrivo.
Fuori piove, l’aria è quasi fredda. C’è l’inverno che sta tirando la volata, che si prende i gioni che non sono i suoi.
Piove una pioggia appena umida che non darebbe fastidio nemmeno ai panni stesi.

Lascia un commento

Archiviato in Vita

Etty Hillesum

Sapeva che sarebbe salita su quel treno da settanta persone a vagone,
che non c’erano sedili,
che non c’erano finestre.
Sapeva che già in quel viaggio ne sarebbero morte molte,
di persone,
– se così si poteva ancora dire –
Sapeva quello che stava accadendo ad altri milioni del suo popolo,
che avevano già preso quel treno,
o che lo avrebbero preso insieme ai suoi genitori.
Che era quella la vita,
– se così si poteva ancora dire –
Che nessuno gli avrebbe più dato una scelta.
Che la strada aveva finito gli incroci.
Che avrebbe visto altri corpi magri sottovuoto,
altri occhi fissi, immobili,
spezzati.
Che non avrebbe mai più visto un bambino sorridere.
Che stavano strappando le anime dai corpi
come si strappano le unghie.
Che stava venendo giù il mondo,
senza fare rumore.

E che da qualunque lato fossero
– gli uomini –
che avessero la divisa e un mitra
o solo un colpo in pancia
erano tutti uguali.

E che la vita era Stupenda lo stesso.
Lo stesso.
Lo stesso,
nonostante tutto quel fumo!

Come un fiore che cresce nel fango.

a Etty Hillesum

3 commenti

Archiviato in Vita