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Vivere provoca il cancro. Ma non si sente niente.

kyss

Mangiamo cibi confezionati, nel migliore dei casi facendo attenzione che non ci siano zuccheri aggiunti.
Ascoltiamo informazioni dai media sovvenzionati dallo stato e dalla pubblicità delle grandi aziende.
Viviamo in città che hanno il cielo azzurro solo nei giorni di vento.
Lavoriamo per pagarci la macchina che ci porta al lavoro.
Parliamo di più davanti alla macchinetta del caffè con gente che conosciamo appena che con nostra moglie e i nostri figli.
Siamo malati di serie televisive perché la nostra non se la fila nessuno, è stata chiusa per mancanza di interesse, di fondi, di tutto.
Abbiamo uno o due telefonini a testa. Parliamo lì, sorridiamo, piangiamo, ci arrabbiamo lì, a suon di faccette gialle.
Stiamo scegliendo il finto al vero. Ma lo chiamiamo virtuale.
Già adesso la maggior parte delle parole che diciamo escono dalle nostre dita,
e ci sembra tutto così maledettamente normale.
Avevamo la fissa di rendere tutto più comodo:
Camminare, lavorare, cucinare, parlare.
Ci siamo riusciti.
Faremo la fine dei giapponesi che preferiscono il sesso virtuale a quello vero.
Ci rimarrà soltanto il benessere.
Che un giorno racconteremo ai nostri figli.
Con un selfie.

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mani giunte

god

Viviamo accelerati.
Tre ore
è un viaggio lungo.
Facciamo pensieri brevi
come sms.
Con un film
ridiamo e piangiamo
nella stessa ora.

Come riusciremo a capire quel Dio
che pregava notti intere.

Facciamo foto
per ricordare.
Sappiamo come sorridere
poco prima di un click.
Abbiamo sostituito al pensiero
le istantanee
al racconto
i filmati.

Come riusciremo a vedere quel Dio
che vietò ogni immagine di sè.

Dio è sempre più lontano,
ma la verità
è che siamo scappati noi.
Se solo riuscissimo
a fermarci,
per un solo giorno,
di riempire
la nostra scodella bucata.

Abbiamo bisogno di Dio,
di pace,
di fidarci,
come un’aquila
dell’aria per volare.

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a Milano

milano

A Milano la gente corre anche se pensa di camminare.

Sul treno di questa mattina un signore con una borsa da quattrocento euro si lamentava di un lavoro partito senza periodo di test.
E’ incredibile che siano partiti senza periodo di test! – ha detto
Aveva le unghie curate e un orologio che se ci sei seduto davanti lo noti per forza.
Aveva una camicia bianca e calzini grigi, un abito d’affari e la barba di un centimetro esatto, nera e bianca.
Ho chiesto di usare il bar-code a quattordici caratteri e mi hanno detto che per loro era troppo! – ha aggiunto lamentandosi.
Chi gli era accanto annuiva. Forse per via dell’orologio.
Chissà da quanto non fa un giorno senza smartphone – ho pensato – o senza mail, o senza computer.
Lo ho pensato perché fino al giorno prima ero a Tenerife a trovare i genitori di mia moglie.
Lì si vive anche senza.
E poi ti accorgi che forse è il contrario, cioè che la vita è quando stai senza.
Non per forza senza computer, telefono o mail, ma senza l’affanno di quello cose.
Quando cammini.
Il signore con la barba precisa è sceso alla fermata prima della mia.
Aveva in mano l’ultimo samsung, quello che sui blog si trova cliccando su “top di gamma”, quello che costa come una settimana di albergo al mare.
Forse stava scrivendo alla moglie che gli voleva bene.
(Ma si può voler bene a una moglie nelle discese dal treno?)
O forse stava scrivendo che stava arrivando,
di preparare chissà cosa
e che è da pazzi senza periodo di test.

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Al mare dalle zie

bimbo spiaggia

Quando ero piccolo dicevo “hotel” solo quando dicevo “H di hotel”, perché non ci andavo mai.
Le vacanze le facevo a Scafati, nel sud, dalle zie. Che poi erano le zie di mia mamma, che erano come nonne per me.
Pregavano sempre. Con noi dicevano un rosario al giorno. Amen. Tutte le collane che avevano erano rosari. Tutti i quadri che avevano erano della Madonna tranne uno che era di Gesù e del suo sacro cuore.
Stavamo li due mesi. Al mare ci andavamo solo per un paio di settimane quando venivano i miei, il resto lo passavamo a casa.
La casa era vecchissima ed aveva ancora le crepe dell’ultimo terremoto. Erano le rughe della casa.
Io giocavo spesso in terrazzo. Alla fine del terrazzo c’erano delle scale che portavano a un piccolo cortile di cemento dove c’erano le galline, che strillavano ad ogni uovo, e un gallo che mi faceva paura.
Il mio gioco preferito erano i soldatini, ma se avessi potuto scegliere sarebbe stato il videogioco del bar. Ci giocavo quando avevo duecento lire, ma ci giocavo così poco che sarebbe stato meglio se mi compravo un ghiacciolo con quei soldi, perché morivo dopo appena un minuto ogni volta.
Non esistevano i telefonini con cui giocare. I telefoni erano tutti grigi e facevano solo Drin.
Avrei voluto avere una bicicletta oltre al videogioco del bar. Non so fino a dove sarei stato felice con quelle due cose!

Adesso faccio le vacanze vere con Sara, che vale cento videogiochi del bar, ma se mi chiedessero: “torneresti indietro?”, risponderei che non si può tornare indietro. Perché non mi andrebbe affatto di rispondere.
La verità è che con Sara ci tornerei subito, mille volte, ma non si può.

Una di quelle due zie era davvero speciale.
Hai presente quando vorresti pensara a un angelo e non sai cosa pensare?
Io lo so.
Quando ero piccolo zia Olga aveva già più rughe della casa e nemmeno tutti i denti.
Mia mamma diceva che era la sua zia preferita e che era buona.
Buona lo era al punto da sembrare bella, l’opposto di quello che accade oggi.
Forse era davvero bella, se importa qualcosa.
Peccato che il tempo, di nascosto, faccia finire tutto.

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vecchio

vecchio_wp

La voce rauca e amica,
quello sputar sentenze ottuse,
su tutto e niente,
quel cedere gentile,
al verso capriccioso di un bambino.

vecchio

D’impareggiabile memoria
sempre uguale,
dalle virtù temprate
in mille anni
e dai difetti
di una remota infanzia.

vecchio

Malato di una vita
dalla cornice d’oro di passato.
Triste, solo,
mai spolverato.
Io non ti vedo allegro.

vecchio

Non c’è saggezza, vero,
nella tua voce calma?
Non la regala il tempo.
Ma quanta verità ti porti addosso.

vecchio

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la prefiglia

gatta
Siamo un popolo di malati. No, dico davvero.
Sono sposato da 18 mesi. Da circa 5 viviamo insieme a un gatto, cioè a una gatta.
Nera per la precisione.
Non abbiamo figli.
I primi giorni i discorsi tra me e Sara erano:
– sul divano no vero?
– ma dai, non perde nemmeno il pelo!
– ok, però niente letto!
– no no, niente letto.
Poi ci siamo affezionati sempre di più. Noi.
Adesso “lei” dorme serenamente nel lettone sotto le coperte, perché è freddolosa.
Perde il pelo.
E’ coccolata, viziata, accarezzata, sbaciucchiata.
Risponde al richiamo: “piccina dove sei?”
Beve solo acqua corrente, mangia solo le sue crocchette e il tonno al naturale.
Ci vede uscire quando andiamo al lavoro.
Ci vede rientrare la sera, stanchi e stressati.
Tutto questo dal divano.
Si arrabbia se, quando torna dalla perlustrazione, noi tardiamo ad aprirgli.
Credo stia iniziando a pensare che la casa sia sua.
Credo stia iniziando a pensare che io e Sara siamo i suoi filippini.
Sa una parola sola con la quale ottiene tutto quello che vuole.
“Miao” vicino alla porta = volgio uscire, aprimi!
“Miao” in cucina = oggi non si mangia?
“Miao” quando l’accarezzi = basta massaggi sto bene così.
“Miao” in bagno = cambia la sabbia se non vuoi che ti rovini il tappeto!
( Noi con qualche migliaio di parole in più riusciamo sistematicamente a fraintenderci! )
Ora che ci penso dovremmo rivedere la piramide evolutiva.
Siamo stati sorpassati.
Anzi, doppiati.
Innumerevoli volte.
La prova?
Noi siamo matti di lei.
E’ la nostra bambina.
E’ la prefiglia che abbiamo sempre desiderato.

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panni stesi

Panni StesiVorrei ascoltare un po’ di musica, ma ho il telefonino scarico.
Sono seduto sulle scale di uno di quei vagoni a due piani, uno di quelli che le prime volte la gente si girava a guardare.
Mentre ora invece…
Ci sono tante di quelle persone in piedi, che mi sento fortunato ad avere uno scalino tutto per me.
Ascolto il rumore del treno: stlang-stlang!
Mi guardo un po’ intorno.
Guardo una ragazza lontana una decina di metri che parla come in un film muto. Muove la bocca e: – Stlangstlang! Stlangstlang! – Muove la bocca e fissa la persona che ha davanti.
Ascolto un ragazzo sulla trentina con un bomber verde ed con una strane “erra” che sembra che rotola quando la dice.
Guardo una ragazza avanti a me, appoggiata a uno di quei pali che servono per tenersi quando il treno frena. Si sta tenendo anche se il treno non sta frenando – anzi – va talmente lento!
Sta parlando al telefonino, non so di che.
E’ un sony xperia nero.
Ha una borsa marrone.
Il treno non va nemmeno più lento, si è fermato. Ma senza frenare, per inerzia.
E così siamo qui, in mezzo a non so quali paesi, con i finestrini già appannati dagli aliti, con la voglia di arrivare a casa.
La gente non sospira nemmeno più se il treno sta fermo nel nulla, e non sorride quando riparte o quando corre che sembra un aereo che decolla. Sono tutti pendolari professionisti, bene o male.
Ora il treno riparte.
Ora si ferma.
Saronno.
Scende la ragazza con la borsa marrone ma non quella del film muto. Ne scendono anche altre tre ed io devo alzarmi per farle passare.
Di una sento il profumo, ma non vedo la faccia. So che ha i capelli neri.
Ancora treno.
Stlangstlang!
Rovello.
Rovellasca.
Le persone in piedi ora si potrebbero contare con una mano.
Vorrei arrivare a casa prima, ma non adesso, sempre.
Vorrei un teletrasporto, o un telelavoro, o un lavoro vicino casa, se non fosse che il mondo va all’incontrario, che comanda il lavoro, mica io. Ma mi lamento proprio ora che manca solo una alla mia! Che testa, una fermata e arrivo.
Fuori piove, l’aria è quasi fredda. C’è l’inverno che sta tirando la volata, che si prende i gioni che non sono i suoi.
Piove una pioggia appena umida che non darebbe fastidio nemmeno ai panni stesi.

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